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Ungheria: chi vince è perduto

Ungheria: chi vince è perduto

Tre degli assi assoluti di questo inizio di 21° secolo da corsa, Alonso, Vettel e Hamilton, per citarli in rigoroso ordine cronologico di titolo, hanno mostrato il loro pedigrée proprio all’Hungaroring: circuito atipico, quasi più kardromo che tracciato vero e proprio, curve senza soluzione di continuità eccetto un lungo rettilineo che finisce in discesa regalando l’unica seria staccata da brivido della pista. In questa frenata, da 300 all’ora a circa cento per una veloce piega a destra in discesa e in contropendenza, già nel 1986 la Formula 1 conobbe una delle sue acrobazie più spettacolari di sempre. Il mondo era ancora in epoca di post-Guerra Fredda, a poche centinaia di chiometri da lì il Muro di Berlino era ancora vigorosamente in piedi, l’Ungheria debuttò nel rutilante mondo dei Gran Premi e da allora non l’ha più lasciato. A quella staccata in discesa Nelson Piquet arrivò come un missile con la sua Williams tentando di superare all’esterno la Lotus di Ayrton Senna in prima posizione. Finì come non poteva che finire: legge della forza centrifuga oltraggiata; Piquet costretto a sollevare il piede e Senna sempre in testa. Ma al passaggio successivo, il 33°, ecco quello che nessuno in tribuna né alla TV si aspettava più: Piquet di nuovo sall’attacco, di nuovo all’esterno, ancora un controsterzo quasi rallistico per salvabile il salvabile e stavolta ecco il sorpasso compiuto. IL sorpasso, tutto maiuscolo: in un’epoca in cui questa merce non è proprio frequente, non possiamo che ricordarlo con il cuore in gola.

Ma stiamo divagando. Parlavamo di campioni che all’Hungaroring manifestano tutto il loro talento esplosivo. Nel 2003 la manifestazione di questa legge arrivò in modo eclatante con la vittoria di Fernando Alonso al volante della Renault. Monoposto veloce, quella francese; ma lontana anni luce dalla Ferrari di quella stagione, in piena epopea stra-vincente Schumacher-Todt ma quella domenica zoppicante e poco affidabile, fino a rompere un braccetto della sospensione in pieno rettilineo con Barrichello ritirato in mondovisione. Non si può però dire che fu questo episodio a spalancare la strada ad Alonso, che il suo primo successo in carriera aveva già iniziato a costruirlo con la pole position conquistata ai danni di Schumacher.     

Quattro anni dopo ed ecco nuovamente Alonso sotto i riflettori. Non più in Renault e non ancora in Ferrari: al volante della McLaren motorizzata Mercedes. Stagione interlocutoria, per la convivenza con il debuttante Lewis Hamilton prima ancora che per i risultati non sempre brillanti e soprattutto per la spy-story che vedrà il team inglese responsabile di sottrazione di dati sensibili alla Ferrari, finendo poi sanzionato con la cancellazione di tutti i punti conquistati per il titolo Costruttori. Ma la vicenda che vede Fernando sotto l’indice in Ungheria 2007 è un’altra. Nasce dalla lotta con il suo compagno di team Hamilton, e sui (presunti?) favori di cui il deb inglese gode all’interno del team. Fra i due è lotta aspra in pista fin dalle qualifiche. Alonso è in lotta per la pole position quando entra ai box per montare un nuovo set di pneumatici. Gli vengono montati quelli a mescola più dura, ma lo spagnolo nota che un treno di gomme a mescola tenera è pronto per Hamilton, che entra ai box esattamente dietro di lui. Risultato: Fernando rifiuta di riprendere il via per molti secondi, incurante delle urla in radio da parte del team. Siamo ai secondi finali della sessione e l’iniziativa finisce per vietare a Lewis di tornare in pista in tempo per giocarsi la pole position, che rimane nelle mani di Alonso. Gliela toglierà, più tardi, la sanzione dei commissari che lo arretrano di cinque posizioni sulla griglia e riportando in cima allo schieramento l’odiato Hamilton, con il quale i rapporti saranno irrimediabilmente rovinati fino a fine stagione, quando la lotta intestina McLaren arriverà a consegnare il titolo iridato a Raikkonen su Ferrari.  

Quel 2007 in Ungheria è una tappa fondamentale anche per Sebastian Vettel. Il giovane tedesco, 20 anni ha appena compiuti, ha debuttato in un Gran Premio un mese e mezzo prima a Indianapolis, sostituendo sulla BMW Robert Kubica reduce da un infortuno rimediato al precedente GP del Canada. Debutto che si nota: l’ottavo posto a Indy proietta Seb nella cerchia Red Bull che a Budapest gli consegna il volante della Toro Rosso di Scott Speed, appiedato per insoddisfazione. Inizia quindi a Budapest la straordinaria carriera di Vettel, poi vincitore già nel 2008 a Monza: gara sotto il diluvio, capolavoro di guida, nuovo primato in qualità di più giovane vincitore di un Gran Premio (21 anni e 73 giorni) battendo il primato precedente che curiosamente era proprio di Alonso (22 anni e 26 giorni in Ungheria 2003, appunto). Il record gli verrà poi sottratto da Max Verstappen, primo sul traguardo a Barcellona 2016 a soli 18 anni e 228 giorni di età. Ma a Vettel quel succersso a Monza varrà la promozione a pieni voti in Red Bull con la quale conquisterà quattro titoli fra il 2010 e il 2013.     

Alonso, Hamilton, Vettel: tutti e tre, a questo GP Ungheria di fine luglio 2017, hanno qualcosa di speciale da chiedere. Con una prudenza... scaramantica. È infatti dal 2004 (vittoria Schumi su Ferrari) che chi vince la gara all’Hungaroring poi non si laurea campione del mondo...

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