Singapore:
e luce fu

Singapore: e luce fu

Nel 1999 arrivò il GP di Malesia, che per inciso vivrà quest’anno la sua ultima edizione. La Cina era dietro l’angolo: vi si sarebbe corso dal 2004, ma su un circuito tradizionale, pressoché impossibile (con i suoi larghi spazi) da illuminare con la tecnologia. Serviva qualcosa di diverso. Quando si iniziò a parlare di Singapore, ecco la soluzione. Singapore: 5.065 metri di curve e controcurve senza soluzione di continuità e annegati fra le barriere in vetro-cemento di grattacieli altissimi, che anche per buona parte del giorno fanno ombra alla luce solare. Il fascino di un circuito cittadino, stile Montecarlo, nella modernità e opulenza di Marina Bay, zona nevralgica del piccolo stato asiatico. Destra-sinistra, destra-sinistra quasi continue, a pochi centimetri da muretti potenzialmente killer per ruote e sospensioni e non senza qualche punto da alte velocità, per una media sul giro comunque superiore a 170 chilometri l’ora. Ma soprattutto: un reticolo di cavi e luci sospese sopra la pista, per tutta la lunghezza del percorso, fino a illuminarlo più che a giorno per l’altezza dei sette-otto metri necessari, lasciando le cime dei grattacieli perdersi nel buio assoluto. 

I primi interrogativi riguardarono i piloti. Riusciranno, ci si chiedeva, ad adattare la loro vista d’aquila a condizioni di luce-ombra comunque più variabili di quelle di un ambiente naturale diurno? Per non parlare del lungo tunnel con curva, che imponeva una sfida ulteriore a livello visivo. Alcuni piloti top vennero portati a Marina Bay, per saggiare la reale capacità di illuminazione dell’impianto che si andava organizzando. Tutto andò bene e presto il problema fu dimenticato. Quindi altro interrogativo: come faranno i piloti ad adattare il loro ritmo di sonno-veglia?. Cioé: ad arrivare riposati e concentrati a sera e produrre il loro sforzo massimo quando generalmente sono già affidati alle cure dei loro trainer e fisioterapisti? Altra cautela inutile: oggi Singapore piace a piloti e team proprio perché -con le sue sole sei ore di anticipo rispetto al fuso europeo- consente di adattare i ritmi circadiani evitando qualsiasi jet-leg. Ci si alza da letto in tarda mattinata, si fa colazione a inizio pomeriggio, pranzo quando è già buio, cena dopo la mezzanotte e quindi si va a dormire verso le quattro del mattino. Tutto risolto e quando si torna in Europa si è fgrschi come dopo una gita fuori porta.

E a questo punto: luce fu! Quando le luci rosse del semarofo si spensero, nella sera di domenica 28 settembre 2008, la prima edizione del GP Singapore prese il via mostrando al mondo che la F1 e il buio potevano non essere avversari. L’impianto di illuminazione realizzato da un’azienda italiana contribuì a regalare il primo di una serie di spettacoli da corsa facilmente indimenticabili. La difficoltà del tracciato, la sua larghezza limitata e la naturale scivolosità di un asfalto cittadino, quindi reso tutt’altro che perfetto dal normale traffico quotidiano, rendono la gara asiatica una delle più dure del calendario iridato. A complicare le cose, il caldo che anche di sera allenta di poco la sua morsa. Con l’aggravante di un grado d’umidità quasi probitivo per fare jogging, figuriamoci per tenere stretto un volante correndo fra i muretti killer per le quasi due ore che praticamente sempre sono state la durata del GP, con l’aritmetico ingresso della Safety Car per incidenti e collisioni di vario tipo. Il tutto sotto il costante scintillìo delle luci a quasi duecento all’ora: tracce luminose e riflessi color oro a perforare una notte che inizia soltanto una decina di metri sopra le teste del pubblico, e che lo spettacolo TV lascia soltanto indovinare... 

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