Silverstone, un re che non abdica

Silverstone, un re che non abdica 01

Ritratto un po' semplicistico e fantasioso, per riassumere il Regno Unito e la sua inclinazione alla tradizione, a un certo suo isolamento dal resto del mondo che peraltro è ben simboleggiato dall'essere un'isola. Ma questa rappresentazione sembra cucita su misura per raccontare che cos'è la Gran Bretagna in senso automobilistico. Anzi: nel super-internazionale mondo della Formula 1.

A Silverstone, in un mattino estivo di 68 anni fa, prese il via la F1 così come la conosciamo oggi, con validità di campionato mondiale. Chissà quante di quelle persone presenti quel giorno in circuito sapevano che quel via vai di macchine a motore anteriore, tutte metallo e odore di benzina, stava dando il via non a un semplice Gran Premio, ma proprio a un campionato. Anzi: a una serie ininterrotta di campionati, destinata a scollinare la fine del ventesimo secolo e a tuffarsi in quello successivo con la forza della più popolare manifestazione sportiva del pianeta con la sola eccezione del grande calcio e dei Giochi Olimpici.

Oggi, quasi settant'anni dopo, Silverstone accoglie il suo Gran Premio con la stessa frenesia indipendente di allora. Perché vi si corre la decima gara della stagione, ma in realtà per gli inglesi è soprattutto la gara di casa. E anche se il circuito non è più il miracolo di velocità assoluta che metteva in scena quando le sue curve servivano a malapena a raccordare i rettilinei a perdita d'occhio del suo aeroporto militare, su quelle tribune e su quei prati si continua a festeggiare il tripudio della velocità a rotta di collo. Sicurezza e modernità, per non parlare delle esigenze di inquadratura televisiva, hanno trasformato Silverstone. Sezioni di curve senza alcuna memoria storica del luogo che fu lo hanno rallentato, ma curve come Stowe e Copse con i loro oltre 250 all'ora di percorrenza restano e allora voilá: il mito rimane.

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Rimane e basta a giustificare l'entusiasmo con cui i sudditi del Regno Unito continuano imperterriti a riversarsi in circuito nei tre giorni di monoposto in pista. Fin dal mercoledì i campeggi attorno al tracciato iniziano a riempirsi di tende e roulette, di camper spesso improvvisati. Prolificano i banchetti di hot-dog e fish-and-chips sicuri del loro incasso numero uno dell'anno. Si popola una delle più grandi e trasversali feste di comunanza sociale che l'Inghilterra conosca. Nel 1987 il Gran Premio lo vinse Nigel Mansell. Non lo vinse: lo conquistò. Lo strappò al nemico con una di quelle imprese destinate a restare incise nella pietra della grande storia automobilistica. Il nemico era Nelson Piquet, allora suo compagno di team nel team Williams e il sabato autore, con imperdonabile sfrontatezza, di una pole position a velocità quai paradossale. Ma la domenica Nigel fu oggetto di una mutazione genetica da Jeeg Robot. Attardato in gara da un problema a una ruota che l'obbligò a un pit-stop, tornò in pista quando ormai il pubblico era rassegnato a una vittoria del suo odiato compagno brasiliano. Lo sfiancò con un recupero prodigioso al ritmo di un paio di secondi al giro. Lo raggiunse e con una doppia finta lo infilò con uno di quei sorpassi che in Formula 1 non si fanno, a meno che proprio si voglia finire in tribuna. Tornò in pista con un miracolo balistico ancora oggi difficile da spiegare e andò a vincere, finendo muto in mezzo a un rettilineo senza più carburante e letteralmente sommerso da un'invasione di pubblico in tripudio. 

Resta, quella delle tribune di Silverstone '87 svuotate in un istante per inginocchiarsi in pista ai piedi di quel Mansell da leggenda, una delle immagini più indimenticabili delle corse britanniche. Un'immagine che sa di passione e di sano sciovinismo britannico. Ma anche di festa di gruppo e di famiglia, di campeggio e di bevute fino a tarda sera. Del resto quel Mansell incoraggiava quei sentimenti, se è vero che la sera precedente la gara l'aveva trascorsa non nella quiete ovattata di un hotel, ma in una tenda insieme alla sua famiglia, annegato nel pubblico di Silverstone insieme ai suoi due figli e a una moglie che di lì a pochi mesi gliene avrebbe dato un terzo. 

Oggi, con la tecnica e la tecnologia F1 lanciate nel terzo millennio, prepariamoci a una Silverstone che non cambia o cambia pochissimo. Che resta, imperterrito e solido nella sua inglesitá. Proprio come i reali di Gran Bretagna.

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