Rally, Sandro Munari:
sulle orme del drago

Rally, Sandro Munari: sulle orme del drago 01

La Lancia Stratos HF di Sandro Munari e Silvio Maiga al Rally di Montecarlo 1976, courtesy of Fondazione Pirelli


ALL’INSEGUIMENTO DEL DRAGO

Sandro Munari, soprannominato “il Drago”, era così amato dal pubblico italiano che i suoi fan più appassionati baciavano l’asfalto dove la sua auto era appena passata. Munari aveva tutte le caratteristiche richieste a un pilota di rally: era incredibilmente competitivo, sempre in controsterzo e al volante di alcune delle auto da gara più formidabili mai realizzate.

Munari rese suoi i tornanti montani di Sanremo: chi visita oggi le vecchie tappe, potrà ancora leggere il nome “Munari” scritto con vernice sbiadita su più di un muro fatiscente. Sorprendentemente, Munari vinse il rally di casa solo una volta, ma siamo in Italia e guidava una Lancia Stratos, quindi cosa importa?

Era anche un pilota poliedrico, tanto bravo in pista quanto in una tappa di rally. Nel 1967, il Drago vinse per la prima volta il Campionato Italiano Rally alla guida di una Lancia Fulvia HF Coupé e, nello stesso anno, i suoi superiori decisero di metterlo alla prova nella leggendaria Targa Florio al volante della stessa auto. Nel 1972 riuscì a vincerla (su una Ferrari 312PB), nonostante il fatto che la Targa Florio si disputi in Sicilia, quanto di più lontano ci sia  dalla zona intorno a Venezia dove crebbe il giovane Sandro.

STRATOSFERICO

Ma non è questa l’impresa che l’ha reso così famoso. In realtà, il suo nome sarà sempre indissolubilmente associato alla Lancia Stratos, l’auto che lo consacrò come pilota. Anche se trionfò a Sanremo solo una volta, con quell’auto conquistò tre vittorie nel rally più famoso e probabilmente più impegnativo di tutti, quello di Monte Carlo.

La Stratos è stata l’auto da rally più bella di tutti i tempi, contendendosi questo primato con la Lancia 037, ma la sua bellezza andava ben oltre l’estetica, poiché all’interno della carrozzeria della Stratos batteva il cuore di una Ferrari. Il rombante motore V6 che la alimentava era preso direttamente dalla Ferrari Dino: l’auto alla quale Enzo diede il nome del suo amato figlio, scomparso troppo prematuramente.

Si trattava, a tutti i livelli, di un’auto incredibilmente speciale che scrisse la storia. Munari fu tra i primi a guidarla, rivendicando la sua prima vittoria WRC al rally di Sanremo del 1974, ma l’auto assaporò il successo con tutti i grandi assi del volante, da Bjorn Waldegard (primo campione del mondo piloti rally nel 1979, anno in cui il titolo venne inaugurato; il campione non ufficiale del 1977 fu Munari) a Michele Mouton. Tuttavia, con sette vittorie nell’inconfondibile vettura a forma di cuneo, nessuno ebbe maggior successo con la Stratos di Munari.

Oltre al suo talento temerario, quel successo era anche dovuto ai punti di forza dell’auto progettata da Marcello Gandini, che si rivelarono sorprendentemente longevi, tanto che  l’ ultima vittoria della Stratos nel Campionato del mondo di rally, il Tour de Corse del 1981, arrivò ben sette anni dopo il suo debutto. Letteralmente, la Stratos precorreva i tempi: un’auto da rally progettata appositamente per le competizioni, e non una versione adattata di una vettura stradale, come era la norma per la maggior parte delle auto da corsa dell’epoca.

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La Fulvia HF di Sandro Munari e Mario Mannucci al Rally di Montecarlo 1972, courtesy of Fondazione Pirelli


PNEUMATICI LETTERALMENTE DIVORATI

C’era però un prezzo da pagare per un tale livello di innovazione. Le prodigiose prestazioni della Lancia consumavano i pneumatici a un ritmo incredibile, in quanto i normali pneumatici per uso stradale non riuscivano a tenere testa alle sollecitazioni alle quali erano sottoposti. La soluzione era ovviamente optare per i pneumatici sportivi usati in pista: ma la convenzione del tempo imponeva che i pneumatici da corsa dovessero essere a tele incrociate.

Questi pneumatici a tele incrociate andavano bene in pista, ma generavano troppo movimento per essere utili sui terreni sconnessi o nelle grandi scivolate, come si incontrano comunemente nei rally. La soluzione ideale era un pneumatico radiale molto più rigido; l’unico problema era che nessuno produceva pneumatici radiali di quelle dimensioni, capaci di domare la potenza della Lancia. E questo perché nessuno pensava che fosse possibile.

Quindi Pirelli non ebbe altra scelta che produrli. E fu proprio Munari a chiederlo, al telefono con Pirelli, nel cuore della notte dopo che nei test emerse chiaramente che la Stratos aveva bisogno di pneumatici su misura e unici, proprio come l’auto stessa. Il giorno dopo, Pirelli si mise al lavoro. E il risultato fu il primo pneumatico radiale a profilo ribassato per rally: qualcosa che oggi si dà per scontato, ma che all’epoca fu una vera e propria rivelazione.

Munari, che all’avvicinarsi del Rally 4 Regioni era in preda alla disperazione in attesa dell’arrivo dei nuovi pneumatici Pirelli, vinse l’evento con più di un quarto d’ora di distacco. Ciò non passò inosservato alla Porsche, che quindi contattò Pirelli in merito alla fornitura di pneumatici da strada per un’altra auto nata per le corse: l’allora rivoluzionaria 911 Turbo.

Non si era mai visto niente di simile prima di allora, quindi si rese necessario pensare fuori dagli schemi per garantire questa fornitura di pneumatici. Venne siglato rapidamente un accordo con la Porsche e il risultato fu il Cinturato P7: dotazione originale dell’iconica Porsche 911 Turbo tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80. Si trattava del primo pneumatico sportivo a profilo ribassato per la strada, ma tutto ebbe inizio con Munari, i rally e la meravigliosa Stratos.

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