Rachele Somaschini:
la mia vita nel mondo dei rally

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Diventare piloti è il sogno di molti ma pochi ci riescono. Se poi sei donna e alla nascita ti viene diagnosticata anche una grave malattia genetica la strada si fa ancora più in salita. Sarà forse per questo che Rachele Somaschini, classe 1994, ha iniziato il suo percorso proprio con le gare di salita. L’abbiamo intervistata e questo è quello che ci ha raccontato.

COME È NATA LA SUA PASSIONE PER LE AUTO E SOPRATTUTTO PER IL RALLY?

Sono cresciuta in una famiglia molto vicina al mondo dei motori. Mio padre è sempre stato un grandissimo appassionato di auto e competizioni a tal punto che ogni martedì si faceva dieci chilometri per raggiungere la prima edicola di Milano e comprare Autosprint che a Cusano Milanino, dove abitiamo noi, arrivava nelle edicole solo il mercoledì. Quando avevo sei anni ha avuto l’occasione di correre in pista con l’amico pilota Arturo Merzario, si è dedicato alla sua passione per qualche tempo ma ad un certo punto, avendo poco tempo libero, ha dovuto abbandonare le corse per dedicarsi unicamente all’attività lavorativa avendo un’azienda da portare avanti. La sua passione per il motorsport è rimasta immutata quanto radicata e io credo proprio che mi sia stata trasmessa.

E’ INIZIATA FIN DA PICCOLA?

Ricordo che a pochi mesi, quando ancora non avevo imparato a camminare, mi regalò una macchinina elettrica che è rimasta nel bel mezzo del salotto finché non sono cresciuta abbastanza da poterla usare. A soli sei anni guidavo il mio primo quad 50cc e con mio padre andavo a Monza a vedere la F1. Il mio approccio al mondo delle corse però è stato molto diverso da quello di altri piloti. Si è dovuto attendere di capire quale sarebbe stata l’evoluzione della mia patologia e per questo nei primi dieci anni di vita i miei genitori mi hanno protetto quanto limitato e il pensiero di correre con i kart è rimasto incompiuto anche se avrebbe rappresentato un buon inizio. Solo con l’adolescenza si è capito che la progressione della malattia in me si stava rivelando meno severa permettendomi di vivere in modo relativamente normale. Così a 14 anni chiesi ai miei di poter avere un motard invece che lo Scarabeo che era tanto desiderato da tutte le mie compagne di classe. A 16 anni ho preso la patente della moto e scorrazzavo già su un 125.

COME E’RIUSCITA A REALIZZARE IL SOGNO DI DIVENTARE PILOTA?

Appena compiuto 18 anni ho fatto la patente a tempo record, poi la licenza sportiva in soli tre giorni per poi iscrivermi nel 2013, con il supporto di mio padre ed Arturo Merzario, alla mia prima gara che si svolgeva all’Autodromo di Monza, la Coppa Intereuropa Storica, a cui partecipai con un’Alfa Romeo Giulietta Sprint Veloce del ’67, presentandomi agli esami di maturità il lunedì successivo. Avevo iniziato anche l’università, ma la vita sedentaria dello studente non era compatibile con i miei problemi di salute e ho deciso di abbandonare prima della laurea. 

E COSI’ SI E’ BUTTATA NELLO SPORT?

Sì. Come suggerito anche dai medici, ho iniziato a dedicarmi di più allo sport e questo mi ha aiutato  a continuare a fare ciò che più amo, ovvero guidare. Tre anni dopo la mia prima gara, mi sono iscritta al Campionato Italiano Velocità Montagna, dedicandomi alle cronoscalate, ed incredibilmente, sono riuscita a partecipare a tutte le gare in programma. In concomitanza, praticamente correvo tutti i weekend, ho preso parte anche al campionato monomarca Mini Challenge Italia con Pirelli ed è in quell’anno che ho iniziato a gareggiare ad un certo livello e in modo costante senza più riuscire a fermarmi fino ad oggi.

POI E’ ARRIVATO IL DEBUTTO NEL RALLY, PRIMA NEL CAMPIONATO ITALIANO ED ORA NELL’EUROPEO.

Ho sempre guardato ai rally con interesse e così ho prima preso parte a qualche evento in pista, i rally show, per prendere confidenza con il navigatore e le note, poi nel 2018 si è presentata l’occasione per debuttare nel Campionato Italiano che partiva con il Rally del Ciocco. Sicuramente è stato un esordio un po’ traumatico e certo non facile ma il desiderio di riuscire ha avuto il sopravvento e piano piano sono riuscita ad accumulare esperienza e con un discreto bagaglio sono arrivata al Campionato Europeo con qualche incursione nelle gare del Mondiale Rally. Indubbiamente le gare dell’europeo sono altamente formative, anche se purtroppo mi è capitata una stagione complicata dall’emergenza Covid e dallo stop forzato, tuttavia ho cercato di fare più esperienza.

QUAL È LA GARA PIÙ EMOZIONANTE A CUI HA INVECE ASSISTITO COME SPETTATRICE?

Sarò ripetitiva ma per me andare a Monza ed entrare nei box è sempre stata un’emozione fortissima, soprattutto quando andavamo a vedere la Formula 1 con mio padre. La stessa sensazione l’ho avuta un paio di anni fa quando ho abbandonato il luogo di villeggiatura estiva per assistere alla gara del DTM alla quale partecipava Alex Zanardi. Ricordo che lo osservavo da lontano sempre con enorme ammirazione finché lui ha intercettato il mio sguardo per salutarmi ricordandosi di avermi premiato un anno prima quando avevo vinto il campionato Mini Challenge Italia. Ecco, Alex è una delle persone che mi emoziona di più, il mio supereroe, e ho avuto la fortuna di vederlo correre due volte negli ultimi anni.

LEI HAI INIZIATO CON LE CORSE IN SALITA, HA FATTO PISTA MA POI LA SUA VERA PASSIONE È DIVENTATA IL RALLY. COSA LE PIACE DI QUESTO MONDO?

Mi piace il contatto con la gente e con gli appassionati, c’è molta più partecipazione nell’ambiente dei rally. Per me è sicuramente un valore aggiunto dal momento che ho creato, fin dagli esordi, il progetto #correreperunrespiro che porto sempre con me e che coniuga la mia passione per i motori a ciò che mi sta più a cuore, ovvero sensibilizzare sulla fibrosi cistica e raccogliere fondi da destinare alla ricerca scientifica.

QUAL È A SUO AVVISO IL TRACCIATO IN ASSOLUTO PIÙ AFFASCINANTE NEL MONDO DEI RALLY?

Sono una estimatrice assoluta del Rally di Monte Carlo. È una gara con un fascino particolare, con molte incognite oltre ad avere una cornice fiabesca e spettacolare. Ha rappresentato la mia prima incursione nel Mondiale e nonostante la fatica e le difficoltà lo rifarei mille altre volte. Non posso poi non citare la prova speciale del Rally Italia Sardegna: Argentiera. Vederla in tv come spettatrice per molti anni e poi poterla realmente percorrere è stato un sogno, oltre al fatto che io amo correre su terra.

HA UN IDOLO NEL MONDO DEL RALLY?

Uno dei miei idoli è sempre stato Sebastian Loeb che però ha un carattere molto riservato e schivo che può farlo risultare un po’ burbero. Mentre la mia wonderwoman, che stimo oltremisura, è senza dubbio Michèle Mouton. Conoscerla quest’anno al Rally di Monte Carlo è stato un grande regalo. Tra l’altro lei  è sempre molto disponibile per un consiglio o un incitamento. Quando al rally di Sardegna ho avuto un problema che mi ha costretto al ritiro nella prima tappa, mi si è fermata accanto per un gesto di incoraggiamento che mi ha dato la carica. Sembra un sogno essere stata una sua fan da piccola e poter avere oggi un contatto diretto con lei.

COSA NE PENSA DELLA PRESENZA DELLE DONNE NEL MOTORSPORT?

Tendenzialmente il nostro non è uno sport di divisione di generi, corriamo tutti insieme. Da un lato l’essere donna ti dà una visibilità iniziale importante perché attira la curiosità degli appassionati, dall’altro però, proprio perché sei una donna, hai ancora più bisogno di dimostrare quanto vali portando a casa dei risultati perché diversamente la battuta è all’ordine del giorno.

HA UN SOGNO NEL CASSETTO CHE LE PIACEREBBE REALIZZARE?

Il mio sogno nel cassetto non è astratto, il mio desiderio più grande è quello di poter avere sempre più esperienza e di acquisire una padronanza tale da consentirmi di raggiungere risultati sempre più ambiziosi. Se me lo avessero chiesto qualche anno fa, è chiaro che avrei risposto che il mio sogno sarebbe stato quello di prendere parte ad una gara Mondiale e questo si è avverato con il mio primo Monte Carlo. La mia prerogativa è sempre stata quella di fare il passo più lungo della gamba ma questo lo devo al fatto che con la mia patologia il tempo ha un enorme peso. Così cerco sempre di alzare l’asticella, magari anche un po’ troppo velocemente. L’essenziale per me comunque è di riuscire a far diventare la mia passione una professione vera e propria e di potermici dedicare totalmente.

COSA LE PIACEREBBE FARE QUANDO SMETTERA’ DI GAREGGIARE?

Mi piacerebbe tanto avere un team di sole donne e poter essere uno stimolo e un supporto per arrivare ad avere un ruolo da protagonista in questo mondo. E poi mi piacerebbe continuare con il mio lavoro di istruttrice di Guida Sicura che ora svolgo al Centro di Arese e che mi appassiona molto perché mi dà la possibilità di condividere e trasferire la mia passione ed esperienza ad altri. Riuscire a far correggere delle abitudini di guida sbagliate e sentirsi poi ringraziare a fine corso dalle persone che hanno compreso, mi rende molto felice.

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