Pagani, la storia velocissima di un sogno, che arriva a Imola

Show more images

Horacio Pagani è un maestro rinascimentale che vive però a cavallo tra il XX e XXI secolo. Nato a Casilda - provincia di Santa Fe - nel 1955, partito dall’Argentina con una lettera di raccomandazione firmata da Juan Manuel Fangio, Pagani è arrivato in Italia nel 1983 e ha dedicato la sua vita a un sogno personale, creare una casa automobilistica con il suo nome.

Ha iniziato negli anni ’80 come operaio in Lamborghini, partecipando a progetti avveniristici come la Countach Evoluzione del 1987, per poi creare la sua officina/bouitique a San Cesario sul Panaro, da dove sono usciti gioielli come la Zonda, la Huayra e la Pagani Imola.

Lei è in Italia da quasi quarant’anni: cos’è cambiato?

«Diciamo che a livello di passione, di curiosità, di interesse per la vita e per il lavoro penso di essere la stessa persona. Certo quando hai vent’anni forse sei più coraggioso, hai meno paure. Ai tempi poi ero da solo, c’era solo mia moglie, non avevo la responsabilità di 170 persone che lavorano con me, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo comporta. Avere dipendenti - e lo pensi spesso in periodi come questi - vuol dire tante famiglie, tanti fornitori che lavorano per l’azienda. Il senso di responsabilità diventa maggiore».

Restando nel passato, ma in un passato più recente: nel 2011 Pagani, dopo aver impressionato il mondo con la sua prima hypercar, la Zonda, presenta la Huayra agli headquarter Pirelli, a Milano. Cosa ricorda di quel periodo? 

«La Huayra, rispetto alla Zonda, è stata un progetto molto più complicato, nato per essere omologato in tutto il pianeta, quindi conforme alle normative americane, con cinquanta crash test, valori di emissioni da rispettare, insomma, è stata un grande sforzo. Quando nel 2011 abbiamo fatto la Huayra, le cose per la Pagani stavano diventando serie, stavamo cominciando a fare sul serio».

Ha poi creato un’auto col nome del circuito di Imola, che legame ha con quel circuito?

«La prima volta che sono andato al circuito del Santerno era il 1983, con mia moglie. Eravamo appena venuti in Italia e siamo subito andati a vedere il Gran Premio di Formula 1. Poi non ne abbiamo mancato uno, ci siamo andati sempre, perfino nel 1987, quando abbiamo avuto il nostro primo figlio, andavamo col passeggino»

Negli anni ’80 lei lavorava ancora in Lamborghini...

«Ricordo che siamo andati a Imola a testare la Countach Evoluzione con due grandi piloti di Formula 1, Jabouille e Laffite: è stata un’esperienza incredibile, essere lì con quella macchina e con quei piloti».

Oggi la pista è il banco di prova per testare le prestazioni delle Pagani?

«Quando costruiamo un nuovo modello, abbiamo un ciclo di validazione su strada e uno in pista, e Imola è la nostra pista principale. Noi facciamo circa 16mila km di test - circa tre volte la 24 Ore di Le Mans - in pista, e una parte la facciamo proprio a Imola, perché Imola mette alla prova tutto: trasmissione, aerodinamica, freni, ed è una pista molto difficile per un’automobile come la nostra. Col tempo poi si è creato anche un rapporto molto bello con l’organizzazione, con tutti i ragazzi: conosciamo i medici, quelli che puliscono la pista, quelli che prendono i tempi, tutti. Abbiamo un rapporto molto bello, ecco perché abbiamo condiviso con loro l’idea di chiamare “Imola” la macchina presentata quest’anno. Cinque esemplari - già tutti venduti - per offrire un tributo a questa pista straordinaria».

Una volta lei ha detto che Imola è un luogo sacro per ogni appassionato di automobili, perché?

«Imola ha regalato vittorie straordinarie e tragedie terribili, che non dimenticheremo mai. Imola è come la vita: c’è il giorno e c’è la notte, c’è la luce ma c’è anche il buio. Per questo è un luogo sacro».

Come vede lei l’hypercar del futuro, elettrica, ibrida o nessuna delle due cose?

«Oggi il cliente, almeno il cliente Pagani, vuole ancora una macchina non ibrida e nessuno ci ha mai chiesto una Pagani elettrica. Abbiamo fatto un’indagine chiedendo ai nostri clienti cosa preferissero. Un ibrido con 1000 cavalli e che pesa 1750 chili, o una macchina termica, biturbo che ne pesa 1300 con 850 cavalli? Non ce n’è stato uno che abbia detto che gliene importava qualcosa della macchina ibrida. Poi magari in futuro cambieranno idea, di certo le nostre auto devono sempre essere in grado di regalare emozioni».

E’ quello che cerca anche lei quando quando sale su un’auto?

«Col tempo ho avuto la fortuna e il privilegio di guidare molte macchine, e mi piacciono moltissimo le Porsche. Ho una Carrera GT, un bolide da 10 cilindri, e una 918, tanto bella nel suo design che mi piace tenerla sotto la finestra per guardarla. Eppure se cerco emozione alla guida, tra le due preferisco la Gt, che è meno perfetta, ma mi dà più piacere. Del resto le nostre macchine, come le Ferrari e le Lamborghini, devono essere soprattutto utili a regalare emozioni».

Continua a leggere