Nürburgring
in fiamme

NÜRBURGRING  IN FIAMME

È una storia raccontata mille volte. Chi ha più di cinquant’anni e nutre (o allora nutriva) passione per le corse, non potrà mai dimenticare quella domenica, quelle fiamme viste e riviste decine di volte e destinate a cambiare la storia di un autodromo, di un team, di un pilota, dell’intera Formula 1®.

In verità il Nürburgring è qualcosa di più di un autodromo. Sono quasi 23 chilometri di curve e controcurve, nessuna uguale all’altra, quasi sempre in salita o in discesa su strade vecchio stile, spesso inclinate sui lati, asfalto a macchie come le buche causate dal gelo dell’inverno e relative riparazioni impongono. Con fossati e siepi e alberi: ai lati, invece delle normali misure di sicurezza che già in quegli anni ’70 sono la regola quasi ovunque, la foresta dell’Eifel, nel nord-ovest della Germania. “Se esco di strada qui, se distruggo la macchina e resto senza sensi, non mi troveranno mai...”: questo il pensiero di ogni pilota che su questi dossi, su questa serie di curve non memorizzabile, cerca la gloria.

Lo pensa anche Niki Lauda. Eppure, quando vi arriva nel 1975, al suo secondo anno con la Ferrari, diventa il primo pilota della storia a scendere sotto i sette minuti sul giro. “Non lo farò mai più -confiderà poco dopo-. È un rischio troppo grande”. Quell’anno la sua pole position di 6’58”6 gli consente di prendere agevolmente il comando. Ma una semplice foratura, inconveniente spesso innocuo o quasi ai fini del risultato, lo relega nelle retrovie. Troppi i quasi venti chilometri da percorrere lentamente, con una gomma a terra, prima di raggiungere i box. Un pensiero che lo tormenterà per l’evenienza di superare una simile distanza in caso di incidente grave, di soccorsi, di fuga verso un ospedale.

A fine luglio 1976, Lauda scende al Nürburgring da campione del mondo in carica e nuovamente iridato in pectore. Dopo un inizio di stagione roboante, sempre con la Ferrari, il suo vantaggio in campionato appare incolmabile. Ma con quel circuito ha un conto in sospeso: non vi ha mai vinto, e non vuole sacrificarsi in una sfida contro la logica. Ha provato, anzi, a convincere i suoi colleghi che anche con tutto il suo mito il circuito tedesco è ormai anacronistico, il suo tasso di pericolo è largamente eccessivo. In una riunione con gli altri piloti, nell’inverno precedente, ha sollevato la mozione per non corrervi già quell’estate e preferire invece Hockenheim: tracciato anche più veloce, teatro di una morte drammatica e indimenticabile come quella del grande Jim Clark, ma comunque più moderno e sicuro. Soprattutto se si dovesse gareggiare con la pioggia. Mozione respinta con perdite. A combatterla è soprattutto James Hunt. Di due anni più giovane, biondo e bellissimo e idolo, il pilota della McLaren è l’unico che ha ancora l’ambizione di arrestare la cavalcata iridata del ferrarista. Il sabato, come per un presagio, la pole position è sua. E la domenica, come per una maledizione, la foresta dell’Eifel si risveglia sotto la pioggia.

Il resto è più che cronaca: è mito. Si parte in condizioni di grande variabilità e subito è necessario fermarsi ai box per passare dai pneumatici da bagnato a slick. Lauda torna in pista arretratissimo. Hunt, al comando, un fulmine. Ci si interrogherà per anni su quali sono le informazioni di cui Niki dispone. Di quale sia il livello della sua frustrazione, forse capace di spingerlo a osare più del lecito, lui che è un calcolatore impeccabile. Fatto sta che nello spazio di pochi minuti la Ferrari numero 1 perde il comando in una una lunga curva a sinistra in leggera discesa: l’impatto contro la montagna sulla destra, nel punto di circuito che si chiama Bergwerk, è violentissimo. La Ferrari rimbalza in mezzo alla pista e viene centrata da quella di un inseguitore, spezzandosi a metà e precipitando in un rogo. Lauda, immobilizzato dalle cinture di sicurezza, riesce a uscire dall’abitacolo soltanto dopo il soccorso di alcuni piloti, fra i quali l’italiano Merzario al quale tre anni prima aveva soffiato il posto a Maranello e che comunque si tuffa fra le fiamme, riesce a sbloccare le cinture e gli salva la vita. 

Il seguito è cronaca in diretta dall’inferno. Resta negli archivi un filmato in cui il ferrarista, sdraiato in barella, si guarda il braccio destra ustionato. Chiede se porta sul volto i segni del fuoco. Non sa che è così, ma che non sarà questo il suo problema maggiore. I gas della combustione, respirati per interminabili secondi prima e durante i soccorsi, gli hanno avvelenato i polmoni. I giorni successivi saranno un calvario fra coma, due estreme unzioni, un recupero quasi impossibile.  
              
La storia delle corse scrive così alcune delle sue pagine più feroci. Quel Gran Premio vinto da Hunt segna l’inizio della sua rimonta impossibile. Lauda, assente ai successivi GP di Austria e Olanda, rientrerà in pista miracolosamente cinque settimane dopo il suo dramma. Dimostrerà di essere ancora un campione immenso, arrivando a vincere un nuovo Mondiale nel 1977, a lasciare polemicamente la Ferrari per la Brabham e quindi ad abbandonare la F1® disgustato dalla routine, a fondare una compagnia aerea con il suo nome e quindi a venderla alla Lufthansa, a tornare ancora una volta in F1® e laurearsi tri-campione del mondo proprio con quella McLaren che era stata il suo incubo nei giorni del dramma. Ma quel titolo 1976, quello praticamente inossidabile dopo il grande inizio di stagione costellato di vittorie, lo conquisterà James Hunt. E questo darà la stura alla serie di conseguenze già accennata, e che ha cambiato la storia delle corse. 
       
Fra queste conseguenze, la fine della storia del Nürburgring come circuito di Formula 1®. Vi si correrà ancora con competizioni di durata, e il pilota tedesco Stefan Bellof vi segnerà nel 1983 con la Porsche 956 l’incredibile record sul giro in 6’11”13: una follia. Ma i Gran Premi di Germania, a quel punto, sono già a Hockenheim. Dove nel 1977, peraltro, è proprio Lauda a vincere con la Ferrari. E dove il Mondiale correrà domenica 31 luglio la sua dodicesima gara di stagione.

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