Niki Lauda,
la fenice del 1976

Niki Lauda la fenice del 1976

Un passo indietro. A metà di quel campionato 1976 Lauda era padrone incontrastato del Mondiale in corso. Veniva del titolo iridato conquistato un anno prima. La sua Ferrari volava e gli regalò un avvio di stagione formidabile. Poi arrivò il Nürburgring: il fuoco di un incidente terribile nei primi giri, il ricovero alla clinica universitaria di Mannheim, la gravità delle ustioni al volto ma soprattutto il coma causato dalla respirazione di gas di combustione. Era il primo d’agosto: quel Gran Premio vide la vittoria di James Hunt con la McLaren; pilota e monoposto erano chiaramente gli unici avversari possibili di Lauda per il titolo, il loro stato di forma era crescente. Quando Niki venne dichiarato in punto di morte, per uscirne soltanto quattro giorni più tardi, il mondo pensò che forse quel titolo avrebbe ancora potuto conquistarlo. Ma sarebbe senza dubbio stato l’ultimo. E l’assenza di Lauda dai due GP successivi (Austria e Olanda, quest’ultimo con Hunt nuovamente in cima al podio) ebbe l’effetto scontato di confermare questa grigia previsione, mettendo nel frattempo in dubbio anche ogni sua possibilità di difendre il titolo.

Me nessuno aveva fatto i conti con la testardaggine del pilota austriaco, con la sua incrollabile autofiducia. Ricoverato l’8 agosto all’ospedale di Ludwigshafen, specializzato nella cura delle ustioni, Lauda iniziò un recupero inimmaginabile. Per il mondo ma anche per la Ferrari, che nel tentativo di difendere il difendibile decise di schierare a Monza, a fianco di Clay Regazzoni, anche l’argentino Carlos Reutemann. Ma non si pensi a un Lauda fruori dai giochi. Il team di Maranello aveva inizialmente contattato come sostituto Emerson Fittipaldi, che però declinò perché non se la sentiva di tradire il suo team Copersucar, nato da un’iniziativa nazionale brasiliana. Il direttore sportivo delle Rosse contattò allora il velocissimo Ronnie Peterson: trattativa portata al fallimento proprio dal rifiuto di Lauda. Ecco allora Reutemann. Bernie Ecclestone, allora titolare del team Brabham, lo cedette volentieri a Enzo Ferrari, con il quale sarebbe nato di lì a poco un importante asse politico-commerciale. Lauda lo accettò, ma soltanto per sfidarlo immediatamente. Niki, infatti, chiese e ottenne un test sul circuito privato di Fiorano. Poi pretese a ogni costo di ritornare in pista per il campionato a Monza.      
Quel giovedì 9 settembre fu un giorno che la F1® non avrebbe mai dimenticato. Niki si presentò al circuito e la prima sfida fu con i medici federali chiamati a verificarne l’idoneità medico-sportiva. Questa fu accordata, nonostante il pilota sanguinasse dalle ferite al volto ogni volta che si sfilava casco e sottocasco. Ma già sabato la Ferrari più veloce in qualifica fu la sua. E in gara, domenica 12 settembre, conquistò addirittura il quarto posto: primo Peterson (ironia del destino), poi l’altra Ferrari con Regazzoni e la Ligier di Laffite. Quindi lui. Sempre terribile, in quella maschera facciale destinata -una volta cristallizzate le ferite- a diventare il suo marchio di fabbrica per i 40 anni successivi. Ma rinato.
Quel titolo, per la cronaca, Lauda non riuscì a conquistarlo. Lo perse per un punto, proprio a vantaggio del temuto Hunt, al termine di una gara iniziata sotto un autentico diluvio al circuito sotto il Monte Fuji, in Giappone, e srotolatasi con una serie di colpi di scena a sancire un finale di stagione il cui livello di thrilling non è mai più stato ripetuto. Ma quella Monza 1976, per Lauda, fu il ritorno della fenice: rinato dalle sue ceneri, il pilota austriaco digerirà quella delusione per conquistare nuovamente il Mondiale l’anno successivo, sempre con la Ferrari. Quindi la deludente parentesi Brabham; due anni lontano dalle corse e totalmente concentrato sulla sua compagnia aerea; il ritorno in pista nel 1982 e un nuovo titolo nel 1984, questa volta volante della McLaren.

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