Nel segno
di Gilles

Spa Francorchamps con Senna e Michael Schumacher; la stessa Montecarlo di nuovo con Senna: parliamo di legàmi ormai così forti da sfiorare lo stereotipo. Merito delle prestazioni eccezionali, delle vittorie a volte addirittura clamorose siglate da questi piloti su quei tracciati. In Belgio Senna centrò la sua seconda vittoria in F1®: lo fece con un’autorità tale da svelare – su un circuito così probante – le stimmate del campione che gli permisero poi di trionfarvi altre quattro volte di fila. Anche Schumi estese su Spa il cono d’ombra di una sua superiorità quasi indiscutibile. Fra quelle curve a velocità anche folli, disseminate in un bosco delle Ardenne e quasi sempre in salita o discesa, con una variabile meteo irripetibile, Micheal debuttò in F1® con una onesta Jordan che non riuscì a offuscarne il talento mostruoso. Vi vinse già l’anno successivo per poi ripetersi ben cinque volte nei dieci anni che seguirono. E il record sarebbe oggi ancora più eclatante senza quell’errore in doppiaggio, nel buio di una nube da diluvio, che nel 1998 gli tolse un successo con distacchi da tappone pirenaico.

Perfino Montecarlo, con i sei successi firmati da Senna (e anche lui dovette maledire l’errore a poche curve dalla fine del GP 1988, che stava dominando dall’alto di una classe eccelsa), dice tanto ma senza arrivare ai picchi di Montréal con Villeneuve. In fin dei conti, sul circuito-salotto si era già registrato il primato fenomenale delle cinque vittorie di Graham Hill nei rombanti anni ’60.
Di fronte a questa galleria di vittorie quasi da museo, il collegamento Canada-Gilles appare difficilmente spiegabile. Sì, è vero: il tracciato è oggi intitolato proprio a lui; ma il fatto non può apparire troppo strano se si ripensa alla vita spezzata di Villeneuve, al suo essere il pilota canadese più veloce, più popolare e più amato di sempre. 
Il fatto è che il Canada aspettava Villeneuve. Lo voleva. Lo sognava senza neanche immaginare di avere un sogno. E non è che da quelle parti, prima di Gilles, la Formula 1® fosse qualcosa di lontano. I Gran Premi vi correvano già dal 1967: quasi sempre sul veloce e pericoloso saliscendi di Mosport; un paio di volte a Mont Tremblant. Poi: Montréal, dove fino a oggi si è gareggiato ogni anno con due sole eccezioni, 1987 e 2009. Ed è in questo momento, nell’ottobre del debutto dei GP sull’isola Notre Dame, che si trovano le radici del mito.
L’anno è quello in cui il mondo F1®-dipendente scopre di avere contratto la Febbre Villeneuve. Gilles, con quel sorriso da ragazzino, si trasforma quando è al volante della Ferrari: la spreme fino a violentarla meccanicamente; sempre su velocità pazzesche, anche se con minore costanza riesce a portarla al traguardo. Vola ma non vince: troppi errori sul percorso, ma gli vengono perdonati sull’onda di un amore ormai planetario per le sue gesta fra coraggio estremo e follia, il cuore sempre oltre l’ostacolo come la fantasia popolare vuole per i cavalieri del rischio.
Nel 1977 Gilles debutta sulla Ferrari in Canada, ma a Mosport. Vi è arrivato per uno di quei casi della vita: pochi giorni prima Niki Lauda, appena incoronato bi-campione del mondo, ha detto polemicamente addio al Cavallino con due gare di anticipo sulla fine del campionato. Villeneuve viene da trionfi locali con le motoslitte, sulla neve, e da qualche bella prestazione con le monoposto di Formula Atlantic. A luglio ha debuttato in un GP con la McLaren, ma senza lasciare più segno di tanto. La scelta è di Enzo Ferrari in persona: in quel fantino dal sorriso sognante ha letto l’energia del fuoco. Basta questo a fare scoppiare in tutto il Canada quella Febbre che di lì a poco contagerà tutto il pianeta da corsa.
Quando si arriva a Montréal, l’estate 1978 è già spenta. Il giorno della gara un vento da nord spazza l’isola Notre Dame, agita ulteriormente le acque sempre tumultuose del fiume San Lorenzo che circonda il circuito. La prima vittoria di Gilles in F1® arriva così: come un segno del destino, al termine di una gara che negli ultimissimi giri vede addirittura cadere qualche fiocco di neve. È una giornata speciale, di quelle che nei decenni si ricorderanno per un forte sapore di ineluttabile. La sera di quell’8 ottobre il mondo capisce di avere trovato un campione. Il Canada elegge la Formula 1® a sport nazionale arrivando a sfiorare la popolarità dell’hockey su ghiaccio. Il 1979 sarà l’anno del miracolo, si pensa. Ma quella Ferrari fortissima regalerà a Gilles due grandi successi a inizio stagione; quindi qualche sventura tecnica e una scelta politica del team dirotterà il Mondiale verso l’altro ferrarista Jody Scheckter.
Il resto è storia non recente, ma indimenticabile. Villeneuve giganteggerà ancora a Montréal per un paio di giri guidati con la sua Ferrari azzoppata da un alettone piegato all’insù, frutto di uno dei tanti contatti della sua carriera. Poi più niente, fino a quella morte in mondovisione nel tragico volo alle prove del GP Belgio, maggio 1982. 
Eppure, oggi, su quelle curve lo spirito di Villeneuve è ancora vivo. Quei tre rettilinei da oltre 300 all’ora, quel Muretto dei Campioni chiamato così perché ne ha accolti tanti in collisione, all’uscita della doppia curva prima dei box, sembrano disegnati apposta per Gilles e per le sue staccate mozzafiato, spesso a ruote bloccate, in traiettorie incomprensibili a tutti gli altri. Un circuito senza curve veloci: tutto up, a pieno gas, o down, in massima frenata. Tutto bianco o nero. Proprio com’era Gilles. 

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