Nel “cuore”
della Formula 1

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Quando assistiamo a una gara di Formula 1, l’atleticità può non essere il primo dettaglio che notiamo. In effetti, non ci sono spettacolari rovesciate o schiacciate per mettere in mostra la maestria muscolare di un pilota. Non vediamo la flessione dei muscoli e il casco del pilota nasconde sapientemente tutti i segni dello sforzo fisico. Potremmo anche essere perdonati per aver pensato che un pilota di Formula 1 non ha bisogno di maggiore esercizio fisico rispetto a un adolescente che gioca a un videogame. È seduto e deve solo guidare. Ma ne siamo sicuri?

In effetti, era proprio questo che anche i piloti pensavano di loro stessi fino agli anni ’70, più o meno. Per i grandi campioni dei primi anni della Formula 1, tra cui Farina, Fangio, Ascari, era sufficiente una corsa ogni tanto, oppure un’occasionale partita di calcio con gli amici, giusto per stare in forma. Ma per la maggior parte del tempo, facevano la bella vita. Più del benessere fisico, a contare erano le abilità al volante, un focus attentissimo e una gran dose di fortuna. Oltre, all’incommensurabile coraggio.

Il Dott. Riccardo Ceccarelli, direttore di Formula Medicine, il team di medici, psicologi, allenatori e fisioterapisti che da oltre 20 anni si prende cura dei piloti di F1, racconta che questa concezione ha iniziato a cambiare negli anni ’80. In quel periodo, le auto non avevano il servosterzo e la sterzata era diretta e molto pesante. Anche gli pneumatici erano più grandi ed era quindi necessaria una gran forza per ruotare il volante. Per non dire delle forze esercitate sul collo del pilota (che potevano raggiungere picchi di 30-35kg nelle curve). In quel momento, non c’erano ancora i poggiatesta nelle auto e i caschi dei piloti sporgevano dal veicolo. Quindi, per far fronte a tali forze, i piloti hanno iniziato ad andare in palestra (luogo di cui precedentemente non si parlava mai) per rafforzare, in particolare, spalle e braccia. Limitarsi a qualche breve corsetta non era più sufficiente.

Ma le cose iniziarono a prendere una piega ancora peggiore. I piloti si sono resi conto ben presto che neppure la palestra sarebbe stata sufficiente. Gli studi del Dott. Ceccarelli sui migliori piloti in azione hanno iniziato a rivelare un numero sorprendente: i battiti cardiaci medi di un pilota erano superiori a 170 al minuto durante una gara. In altre parole, stare seduti in un’auto per oltre due ore produceva in essi una frequenza cardiaca superiore a quella di un ciclista professionista sotto sforzo. È quindi divenuto chiaro che i bicipiti o i muscoli del collo non erano quelli sotto maggior stress durante una gara di Formula 1. Il muscolo che lavorava maggiormente era il cuore.

Da cui, la necessità di un allenamento mirato, per quella che il Dott. Ceccarelli definisce la “pompa di benzina” del corpo umano. Il cuore ha infatti la funzione di pompare il sangue in tutto il corpo; più grande è la pompa, maggiore è il sangue che scorre nel corpo di un atleta.

Agli allenamenti in palestra sono state quindi affiancate lunghe sessioni di bicicletta. Il Dott. Ceccarelli spiega che, in un primo momento, non è stato semplice convincere uomini il cui sport prevedeva di stare seduti e guidare ad aver bisogno di alzarsi e allenarsi su una bicicletta. Oggigiorno, al contrario, molti piloti sono anche campioni di triathlon; il nome più famoso è quello di Jenson Button. Altri, tra cui Fernando Alonso, hanno perfino acquistato squadre di ciclismo. In sintesi, i piloti di Formula 1 dimostrano di avere oggi un gran cuore. Anche i dottori lo confermano.

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