Melbourne: oltre 200 all'ora all'insegna del trendy

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Se ad Adelaide mancava qualcosa, era un po’ il sapore del trendy. Attorno al suo circuito cittadino c’era passione e anche divertimento: le serate e le notti prossime al Gran Premio, quella del sabato in particolare, erano all’insegna della festa di strada, di comunità.  Migliaia di persone si riversavano nei locali aperti fino a tarda notte e sotto i portici in ferro e legno di stile coloniale. Ma a farla da padrone erano centinaia per non dire migliaia di locali in evidente...ebbrezza alcolica, e non era questa l’immagine che il vertice della Formula 1® poteva apprezzare di più. 
Il momento di staccarsi dal circuito nel Southern Australia iniziò ad apparire chiaro già alla fine del 1994. All’orizzonte si stagliava già la skyline di Melbourne, il suo fascino di capitale dello stato di Victoria, vero ombelico dell’Australia più imprenditoriale e forse più ricca. Certamente la più collegata, in quanto a contenuti e sensibilità, alla lontana internazionalità di Europa e America. In due parole: Melbourne, valutato il ritorno economico e di immagine di undici anni di F1® ad Adelaide, fece due-più-due e mise mano alla tasca, convogliando nella direzione di Ecclestone la valuta necessaria, il solito commitment a lunga gittata che per Bernie a quei tempi erano già un must e soprattutto quell’aura di internazionalità, di successo e di glamour diffuso che Melbourne trasmette già a una prima occhiata.

Il primo Gp 20 anni fa
Il grande debutto fu nel marzo 1996. Circuito cittadino, lontano dal destra-sinistra-destra tutto a novanta gradi che era la cartina di tornasole di Adelaide, ma anche di circuiti come Detroit in America. Melbourne ricalcava più la fisionomia di pista di Montréal: tracciato normalmente aperto al traffico cittadino, ma con curve tutte diverse e anche un paio di tratti ad alta velocità. Il tutto immerso nel grande respiro verde di Albert Park, equidistante da pulsare della city e da una delle più belle spiagge oceaniche del Pacifico.
A questo punto c’era soltanto da pensare alla gara, alla velocità e al brivido, alle emozioni. E di queste il circuito di Melbourne fu prodigo fin da subito. Al debutto, infatti, soltanto un contenuto era chiaro: avrebbe vinto il team Williams. La squadra inglese era reduce da un biennio non facile, quello successivo all’ultimo titolo iridato Piloti conquistato, nel ’93 con Alain Prost campione del mondo un anno dopo Nigel Mansell con la stessa vettura. Ma poi erano arrivati i due anni della Benetton targata Briatore-Schumacher e alla Williams era riuscita la sola conquista del titolo Costruttori ’94. Ma quel 1996 si apriva sotto una luce diversa. Soprattutto perché la Benetton, orfana di Schumi passato alla Ferrari, aveva perduto non soltanto il suo pilota,ma anche i tecnici Ross Brawn e Rory Byrne, approdati insieme a lui a Maranello.

 
Il mito di Villeneuve all’Albert Park
Quella prima assoluta a Melbourne appariva allora come la scontata recita davanti a tutti di Damon Hill. Ma il figlio del grande Graham, bi-campione iridato negli Anni Sessanta, era il primo a non essere tranquillo. Al suo fianco, infatti, era appena arrivato in squadra Jacques Villeneuve. Anche lui figlio d’arte. Anzi: figlio del Mito. Gilles, morto in quel terribile e macabro volo con la Ferrari nelle prove del sabato per il GP dl Belgio, sembrò resuscitare, riempire di sé e della sue memorie irripetibili il paddock di Albert Park. E Jacques ci metteva del suo: la sua sfrontatezza di venticinquenne cresciuto a raffronti inevitabili e a vere glorie di corsa in America, lo tramutò in un attimo il preferito dagli intervistatori. Da un lato del box Williams Damon Hill parlava a suo: monosillabi e sorrisetti, allusioni e sottintesi in stretto stile britannico. Dall’altro l’ironia senza fondo di Jacques, il suo esprimersi indifferentemente in inglese, francese e italiano. Il suo fatalismo facilmente scambiabile per tracotanza.
Il via della gara fu un prodigio quasi teatrale. Villeneuve scattò dalla pole position, e già questo, il sabato, era stato un segno non di poco conto. Ma al semaforo verde infilò tutta la sua adrenalina e il suo testosterone in una partenza da manuale. Al comando, lo difese con una nonchalance che a tutti non potevano che ricordare, per l’ennesima volta, che in quelle vene scorreva anche un bel po’ del DNA di Gilles. La sala stampa era muta: stava accadendo qualcosa di enorme. Il giornalista canadese Christian Tortora, amico del cuore del compianto Gilles, era muto e un passo dall’attacco di cuore...  
Il miracolo non condusse in porto la sua traiettoria. Jacques accusò un guaio tecnico: Damon Hill ebbe via libera e andò a riprendersi la ‘sua’ vittoria, ma restando al comando la miseria di sette dei 58 giri in programma. Quella fu poi la ‘sua’ stagione: campione del mondo, finalmente; il primo, figlio di un altro iridato. Jacques gli diede comunque parecchio filo da torcere, per poi conquistare lui stesso il titolo l’anno successivo.
Ma queste statistiche poco c’entrano con il circuito di Melbourne. Che in quel 1996 mise subito in vetrina il suo significato di circuito cittadino ma ‘vero’. Stradale, scivoloso in parecchi dei punti caratterizzati da un asfalto di normale tipo stradale, e per più sporco e unto a causa del traffico di tutti i giorni. 5303 metri di pista con curve tutte diverse, da carico aerodinamico elevato ma non elevatissimo come richiede invece Montecarlo. Qui i punti veloci ci sono, eccome: lo testimonia il giro più veloce in gara che già nel 1996 superava i 204 chilometri l’ora per poi salire gradualmente fino a 226 abbondanti nel 2004. Poi l’evoluzione del regolamento tecnico e mille nuovi limiti hanno ricondotto il tutto a più miti pretese, ma nel 2015 in gara si sono raggiunti 210 di media sul giro.

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