L'università
della Formula 1

Anche i 99mila posti dello stadio principale di Barcellona, il mitico Camp Nou che ha reso grandi Leo Messi e il tiqui-taca di Guardiola, scomodano il concetto di università del calcio. Ma anche in questo caso sono le dimensioni della struttura e la leggenda collegata a determinare il concetto: le dimensioni del campo e delle porte, la tipologia dell’erba, sono quelle di sempre.

Ma a volte l’appellativo di università assume il significato che gli amanti di uno sport vogliono davvero sentire, quello davanti al quale sono felici di inchinarsi. Accade quando un determinato luogo di sfida impone difficoltà tali da determinare già una selezione di base fra i concorrenti. Il ciclismo, ad esempio, è sempre uno sport incline ad alimentare leggende. Gare come la Parigi-Roubaix, poi, con le sue salite e discese su quel perfido pavé belga che proprio al termine della fatica immane spesso si allea con freddo e condizioni ambientali severissime, meritano l’appellativo: chi vince a Roubaix quasi sempre conquista una laurea speciale.

Lo stesso accade con Spa-Francorchamps. E la ragione è semplice: il circuito, oltre a essere il più lungo (7,004 km) del Mondiale F1®,è anche il più vario, il più difficile in alcuni punti, il più imprevedibile anche per un meteo capace, in svariate occasioni, di presentare il sole in una zona e la pioggia battente pochi chilometri più in là. Merito (o colpa) della posizione geografica: i boschi e i rilievi delle Ardenne, che avvolgono il tracciato, originano una condizione ambientale  del tutto speciale. I boschi ‘trattengono’ l’umidità e a volte anche la pioggia, ed ecco che un giro del percorso può facilmente arrivare a imporre sfide tecniche del tutto diverse, e spesso in rapido cambiamento da un giro a quello successivo. In più parliamo di un circuito tipicamente stradale. Avete presente gli impianti moderni, tutti con pendenze minime, spazi di fuga enormi e zone di decelerazione quasi sempre garanzia di sbagliare e ritornare in pista con danni cronometrici minimi? Bene: Spa è tutto l’opposto. All’esterno delle curve, in genere, c’è il bosco. E anche se in fatto di sicurezza il tracciato ha fatto passi avanti importanti, in molti punti la minaccia è ancora attiva.

La ragione sta nella scelta originaria di realizzarne un circuito stradale. Negli anni Venti Spa misurava 14,9 km ed era una specie di triangolo, molto irregolare e velocissimo, che congiungeva le cittadine di Francorchamps, Malmedy e Stavelot. In quest’ultimo centro abitato un incrocio stradale fra le case dava vita a una curva celeberrima. Ridotto a 14,1 km alla fine della Seconda Guerra mondiale, il circuito belga misura oggi poco più di sette chilometri, come da modifica effettuata a fine anni Settanta proprio con l’obiettivo di riportare su queste curve la Formula 1®. Ritorno concretizzatosi nel 1983, dopo anni di Gran Premi del Belgio ospitati dai circuiti di Zolder (indimenticato anche per la terribile morte di Gilles Villeneuve nel 1982) e di Nivelles. Da allora, sul concetto di Spa uguale università della F1® nessuno ha mai avuto da ridire. La storia di questa gara offre decine di episodi, dati e record che sono perfetti per illustrare il concetto. Qui possiamo riassumerne alcuni. 

La media oraria più elevata di un giro più veloce in gara recita 235,070 kmh: è del 2009 e la firmò Sebastian Vettel con la Red Bull che stava affacciandosi alla massima ribalta iridata. 235 potrebbero non sembrare un gran che, in un circuito moderno. Ma su sette chilometri in costante salita o discesa, con un tornante verso e proprio (La Source) posizionato immediatamente dopo i box; una compressione brutale fra la discesa che ne segue e la salita del Raidillion, la celebre sinistra-destra dell’Eau Rouge da affrontare in pieno soltanto se si ha un assetto tecnico formidabile e un piede di piombo, e le tante curve tutte diverse e tutte difficili disseminate nel bosco, allora il dato assume tutto il suo valore. 

E del resto, la galleria dei vincitori del GP la dice lunga. Ayrton Senna conquistò nel 1985 a Spa con la Lotus la sua seconda vittoria in carriera (la prima fu in Portogallo, pochi mesi prima). Poi vi trionfò altre quattro volte fra con la McLaren i 1988 e il 1991: giusto in tempo per cedere lo scettro belga a Michael Schumacher, vincitore già nel 1992 con la Benetton (peraltro vi aveva debuttato un anno prima con la Jordan, sorprendendo fin dalle prime prove), quindi nuovamente con la stessa monoposto nel 1995 e ben quattro volte con la Ferrari: 1996, ’97, 2001 e 2002. Sei vittorie in tutto: un poker con il Cavallino che sarebbe stato stato facilmente un pokerissimo senza il terribile errore in un doppiaggio nel 1998, quando stava minacciando di doppiare tutti e a seguito di una gara drammatica con due partenze. La prima aveva visto 13 vetture più o meno sfasciate in un incidente multiplo al primissimo giro proprio nella discesa verso la terribile Eau Rouge.

Pioveva, quell’anno a Spa-Francorchamps.  Pioveva quella pioggia battente come soltanto nelle Ardenne. E qui siamo al discorso iniziale: circuito eccezionale, grandi velocità, condizioni spesso terribili e imprevedibili, Università della F1®. Buona gara...

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