Jackie Stewart: quando la corsa
è contro la demenza senile

Oggi lo si ricorda per i tre titoli iridati (1969, ’71 e ’73) conquistati con due team diversi e battendosi nel frattempo per la prima vera forma di sicurezza tecnica nei Gran Premi. Fu fra i primi piloti a caldeggiare il casco allacciato sotto il mento; volle a tutti i costi il roll-bar di protezione che oggi si dà per scontato, ma che mezzo secolo fa avrebbe salvato parecchie vite; leggenda vuole che un capotamento in mezzo al bosco in Belgio, fermandosi quasi illeso ma a testa in giù e sentendosi il carburante colare addosso, lo rese determinato nel pretendere che l’industria del tempo realizzasse il serbatoio di sicurezza, oggi indenne agli urti e persino alle fiamme esterne.
Ma il suo essere icona andò oltre. Oggi lo si vede solcare il paddock di molti Gran Premi a passi lunghi nonostante i 77 anni di età, con l’immancabile pantalone e cappellino in lana nei colori del tartan di famiglia. Caldo e pioggia non importano: la tradizione (scozzese, poi) innanzitutto. Ma in quegli anni ’70, il campione scozzese diventò quasi un oggetto di moda. Un marchio di prestigio quale Rolex lo prese sotto la sua  e ve lo tiene gelosamente ancora oggi.
A un certo irruppe sulla scena Helen. Il mondo delle corse la imparò a conoscere prima come fidanzata e quindi come moglie. Bellissima, sempre. Di quell’eleganza tipicamente inglese, sottile e sobria. Gli stilisti le si gettarono addosso e la resero un veicolo per la moda femminile del tempo. Le foto di lei al box del team Tyrrell, orologio per il cronometraggio al collo e abbigliamento impeccabile, sono uno dei ricordi più puntuali della F1® dell’epoca. E il cliché non è cambiato nei decenni, con Helen spesso al fianco del pilota anche sui circuiti, particolarmente quando Jackie divenne titolare del team Stewart Grand Prix, negli anni ’90, ritirandosi non prima di una splendida vittoria conquistata nel 1999.

E siamo a oggi. Un oggi amaro, per la famiglia Stewart. Perché se il tri-campione del mondo è ancora una presenza fissa del paddock e delle telecronache, inseguitissimo dai giornalisti televisivi e sempre corteggiato dai suoi sponsor storici, la moglie da qualche tempo manca dalla scena. Demenza senile: questa è la diagnosi. Helen ne soffre da tempo: le cure aiutano, ma il futuro fa paura. Jackie ne parla senza nascondersi: “Ha momenti migliori e momenti peggiori -raccontava in questi giorni a Silverstone-. Il problema peggiore è la memoria a breve termine: dobbiamo starle molto vicini”.

Starle vicini, per Jackie Stewart, significa anche avere una fondazione dedicata al sperimentazione delle cure per questa terribile malattia. Si chiama Race against dementia: la gara contro la demenza senile. Il campione vi ha iniettato, ricordano i titoli britannici, oltre un milione di sterline di patrimonio personale. A questa fondazione, a questo progetto di speranza, Pirelli ha regalato a Silverstone un oggetto d’arte. Un quadro del celebre pittore Paul Oz, ritrattista celebre del mondo delle corse. Suo il ritratto un po’ modernista di Lewis Hamilton in primo piano sul podio del GP Russia 2015, indossando uno speciale colbacco firmato Pirelli. Sua anche un’opera analoga, ancora con Hamilton, questa volta con il cappello da cow-boy sempre con il logo Pirelli, in occasione del suo successo ad Austin nel 2014. 
Hamilton, tre titoli iridati. Jackie Stewart, altrettanti. Domenica scorsa a Silverstone, teatro del GP Gran Bretagna che è la gara di casa per entrambi i campioni, il luogo ideale per la consegna di questa opera d’arte alla fondazione contro la demenza. Fondazione che vive, come sempre in questo campo, di donazioni, di aste, di raccolta fondi. Due foto per l’album dei ricordi, una stretta di mano fra Jackie e il direttore Motorsport Pirelli, Paul Hembery. Pirelli è felice di questa iniziativa. Il sorriso grato del campione, leggermente commosso, è stato il ringraziamento più bello.

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