Il primo GP
oltre la cortina di ferro

IL PRIMO GP  OLTRE LA CORTINA DI FERRO

A parte l’Europa, i Gran Premi già avevano una loro storia anche in America: meglio se del Sud, perché gli Stati Uniti continuavano ad avere un approccio tiepido. Il Continente Nero aveva già ospitato parecchie gare in Sudafrica, dove però non gareggiava da qualche tempo. In Giappone si correva già dal 1976 e si iniziava a parlare di un prossimo sbarco in Australia. Nei primi Ottanta, quindi, l’obiettivo numero 1 diventò la Russia. Anzi: Mosca. Un Gran Premio leggendario per il quale si sognava addirittura un circuito appositamente realizzato sulla Piazza Rossa: con un po’ di fortuna, sarebbe stato quello l’evento che avrebbe dato il colpo di grazia a una Cortina di ferro che aveva già iniziato a scricchiolare. La Russia, però, come da sua tradizione millenaria, resisteva. La perestroika di Michail Gorbaciov accelerò i rapporti con l’occidente, ma quello di un GP sotto la falce e martello continuava a restare un sogno. Un eterno progetto destinato a prendere corpo reale non prima di un’altra ventina d’anni, ma lontanissimo da Mosca: nella Sochi post-olimpica del 2014.

Il sorpasso arrivò quasi a sorpresa. La prima crepa abbastanza larga, nella Cortina di ferro, da lasciare passare le F1®, si materializzò in Ungheria. Per l’esattezza a Budapest, destinata a diventare la prima grande capitale europea a ospitare un circuito da GP nell’era moderna, raccogliendo l’eredità di Madrid che con il suo circuito di Jarama aveva da qualche anno perduto i GP, esattamente com’era accaduto decenni prima da Berna quale antico teatro del Gran Premio di Svizzera. Una capitale elegante e già con l’occhio strizzato al primo consumismo post-era sovietica: questo Budapest assicurava a metà anni ’80 e Ecclestone, i grandi sponsor e la Formula 1® tutta ne furono immediatamente felicissimi.

Il circuito esisteva già ma venne adeguato appositamente per ospitare il primo GP della storia in Europa orientale. Giovedì 7 agosto 1986 il Circus prese contatto per la prima volta con il tracciato e le sue mille curve dell’Hungaroring, i suoi continui saliscendi su un pendio naturale immerso nel verde a ovest di Budapest. Dell’Ungheria affascinava la decisione con la quale si era allontanata da Mosca a livello politico, in un periodo in cui la glasnost del Cremlino affascinava il mondo occidentale ma dentro i suoi confini incontrava ancora tante resistenze. Quell’anno la Russia era sotto la lente d’ingrandimento per il disastro nucleare di Chernobil, la cui minaccia radioattiva era ancora più che preoccupante in tutta Europa. Figuriamoci a Budapest e dintorni, tutto sommato non lontanissimi da quei luoghi pericolosi. Ma gli ungheresi non si fecero emozionare dal momento storico: misero in piedi un evento bene organizzato, affidato a parecchi esponenti ex-militari nei ruoli chiave della complessa macchina che serve a condurre in porto un week-end di Gran Premio. Una ex-tenente dell’esercito ungherese, Erika Laszlo, tenne con il pugno di ferro un ufficio stampa pieno di giornalisti convenuti da tutto il mondo e già abituati a lavorare con tecnologie moderne, mentre in quei locali i fax sembravano essere quelli molto sperimentali del decennio precedente.

Ma fu un successo. La gara diede un grande aiuto, risolvendosi a favore del bi-campione del mondo Nelson Piquet al termine di una lotta in pista vibrantissima contro Ayrton Senna. Iniziò così la storia del GP Ungheria che conta quest’anno la sua trentunesima edizione senza soluzione di continuità. Molte gare del Mondiale F1® raccontano di un’anzianità maggiore: poche (eccetto mostri sacri quali i GP d’Italia e di Gran Bretagna) possono vantare una presenza così costante in questi ultimi tre decenni che hanno visto la Formula 1® aggiungere tante nuove sedi ma anche perderne tantissime sotto i colpi della crisi economica.

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