Gran Bretagna:
il Gran Premio stakanovista

Oltre a questo week end a Silverstone, il Gran Premio di Gran Bretagna si è corso altre cinque volte ad Aintree e 12 a Brands Hach per un totale di una gara all’anno in ognuna degli altrettanti campionati del mondo disputati finora. Un record assoluto, che rivaleggia con il solo GP d’Italia. E, con una storia del genere, gli episodi degni di nota speciale sono ovviamente tantissimi. Dobbiamo scegliere le giornate davvero speciali.

Una è senza dubbio quella di sabato 14 luglio 1951. Si corre a Silverstone  e la prima fila dello schieramento riflette perfettamente il peso dello scontro in pista: pole position per José Froilan Gonzàlez e la sua Ferrari: poi le Alfa Romeo campioni del mondo in carica, con Fangio più veloce di Farina; quindi un’altra Ferrari, quella di Alberto Ascari. Stessa musica in gara, con la prima vettura non italiana al quinto posto, la BRM di Parnell. Per il resto, un duello all’italiana. Con Fangio capace di guidare la sua Alfa al comando in 30 dei 90 giri di gara. Ma per altri 59 passaggi, la leadership è della Ferrari di Gonzàlez, che regala al cavallino rampante la prima vittoria nel Mondiale F1. Si capisce subito che la giornata è storica. In una delle sue uscite memorabili, Enzo Ferrari dirà: “Quel giorno pensai: ho ucciso mia madre”. Dolore, insieme alla gioia innegabile per il successo, legati a quando l’Alfa Romeo era stata la squadra del Drake, prima come pilota e quindi come direttore sportivo.        

Si può dire che in Gran Bretagna la Ferrari ha costruito la fondamenta del team che è oggi: unico ad avere disputato tutti i Mondiali F1, con 224 GP vinti e con il massimo successo dei 30 titoli iridati in bacheca fra Piloti e Costruttori. Dopo Gonzàlez nel 1951, il cavallino vince a Silverstone nei due anni successivi (Alberto Ascari), nel ’54 nuovamente con Gonzàlez, nel ’56 con Fangio e nel ’58 con Collins. Nuovo successo ad Aintree nel 1961 con Wolfgang von Trips. Quindi un lungo digiuno, fino alla vittoria con Niki Lauda a Brands Hatch nel 1976. E qui vale la pena soffermarsi un attimo, perché parliamo di una giornata epocale e di massimo peso nel’ottica del prosieguo di quel campionato.

Nel 1976, infatti, la Ferrari scende in pista con il titolo appena conquistato da Niki Lauda. E l’avvio di stagione è un monocolore rosso: Niki domina dappertutto. Ma la McLaren non demorde. E sa di avere al suo arco la rabbiosa voglia di vincere di un certo James Hunt, da quell’anno al volante lasciato libero dal bi-campione del mondo Emerson Fittipaldi. Quando a metà luglio si arriva a Brands Hatch, Lauda sembra irraggiungibile in campionato. La pole position è sua, ma Hunt gli soffia sul collo. Al via una collisione fra i primi fa sospendere la gara. Alla nuova partenza non viene ammesso Hunt, reo di avere raggiunto i box per un percorso non ammesso dal regolamento. Si scatena l’apocalisse. Le tribune, gremitissime, sognano un pilota inglese in lizza per il campionato. La nuova griglia di partenza non presenta la sua McLaren e al grido incessante di “We want Hunt! We want Hunt!”, le tribune buttano in pista di tutto: barattoli, bottigliette, oggetti di ogni genere. Alla fine, non potendo resistere a una spinta emotiva incredibile, la direzione riammette in gara il biondo pilota McLaren, che va a vincere proprio davanti a Lauda. A settembre, per decisione del tribunale automobilistico internazionale la vittoria gli verrà cancellata e restituita proprio a Lauda; ma a quel punto sarà già avvenuto il rogo del Nürburgring, con il pilota Ferrari addirittura in pericolo di morte e costretto a tre GP di assenza prima di rientrare in campionato a Monza e perdere a favore di Hunt proprio all’ultima gara, in Giappone.   

Un altro giorno di delirio per un pilota inglese nel GP di casa è il 12 luglio 1987. In Williams si vive dello scontro fra il due volte campione del mondo Piquet e l’idolo di casa Nigel Mansell, vincitore a Silverstone già l’anno precedente. La cronaca di gara va al di là di qualsiasi immaginazione. Da una delle pole position più veloci della storia (256,3 kmh) Piquet scatta bene e prende il largo. Mansell fatica a difendersi, finché un problema a una ruota lo spedisce ai box. Torna in pista con un distacco pesante, ma la rabbia del pilota pesa di più. Mansell recupera su Piquet al ritmo di alcuni secondi al giro. Il computer di bordo lo avverte che di quel passo la sua Williams finirà il carburante prima del traguardo, ma Nigel non molla. Quando raggiunge Piquet, gli prende la scia e dopo due finte ai lati lo supera con un sorpasso da cineteca alla curva Stowe, una piega da oltre 240 all’ora. In poche centinaia di metri Mansell prende un vantaggio irrecuperabile e quando raggiunge il traguardo del 65mo e ultimo giro il carburante finisce davvero, lasciando a secco il turbo Honda della sua Williams, ferma in mezzo alla pista e preda di un assalto da parte del pubblico che dalle tribune di riversa in pista come una marea impazzita di gioia.    

Storie di (stra)ordinaria F1. Seguiranno altre pagine: importanti ma senza questo carico emotivo. Nel 1995 il duello per la vittoria è fra Williams di Damon Hill e la Benetton di Michael Schumacher, ma i due finiscono per uscire di pista lasciando campo libero all’altra Benetton, guidata al successo dall’inglese Johnny Herbert. Nel 1998, sempre Schumacher porta a casa una del tutto inedita vittoria conquistata con un pit-stop all’ultimo giro. Ci vorranno lunghe discussioni a livello di regolamento per confermare quel primo posto. Come sempre, a Silverstone, la fortuna premia gli audaci.

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