Gp austria, il primo
senza Niki Lauda

Gp austria, il primo senza Niki Lauda 01

Quando l’Austria capì di avere in casa un futuro campione del mondo di Formula 1 chiamato Niki Lauda, i tempi erano in clamoroso ritardo rispetto a quando il pilota aveva avuto la stessa sensazione.

Il momento della consapevolezza generale risale infatti al 1974: prima stagione di Niki al volante della Ferrari, pole position ormai non più a sorpresa, prima vittoria in Spagna e dopo poche settimane bis magico in Olanda, Cavallino di nuovo in testa a un Mondiale che mancava dal 1964 firmato John Surtees.

Ma Lauda, come anticipato, sapeva già da tempo di avere, nascosto da qualche parte di quel suo essere schivo e puntato ai fatti più che alle parole, il DNA giusto per riportare l’Austria sul gradino più alto delle corse. E probabilmente non gliene importava neanche tanto, almeno ai fini dell’orgoglio nazionale. Niki era uomo di contenuto, di ambizioni e di progetti pragmatici, disincantati. Nessuna concessione, almeno esteriore, a emozioni e sentimenti.

Quell’Austria da corsa era l’Austria non ancora uscita dal lutto per la tragica scomparsa di Jochen Rindt. Il pilota era stato il punto di riferimento nazionale nei Gran Premi a cavallo fra gli Anni Sessanta e Settanta. Conquistò l’unico titolo iridato postumo della storia: il dramma di Monza 1970, con quella Lotus tagliata in due dopo un terribile incidente alla staccata per la Parabolica, è nella memoria collettiva, ma non fu sufficiente per consentire agli inseguitori in campionato di rimontare tutto il distacco rimediato nell’estate da quella Lotus imbattibile. 

Per quei Gran Premi Rindt era un simbolo: velocità eccezionale, prima di tutto, senso del limite impareggiabile, un fascino anche estetico che a quei tempi iniziava a portare la Formula 1 anche sulle pagine dei giornali di moda. “Ricordo – disse Lauda - Jochen ai box con quella sua pelliccia lunga. Chiunque, combinato in quel modo, sarebbe sembrato ridicolo. Lui era regale...”.

Nel giovane Niki, pur reffrattario alle emozioni, si era aperta una sensazione che l’avrebbe aiutato, forse senza ammetterlo anche a se stesso, a convincersi di potere puntare a quel trono. Erede di una dinastia dell’altissima borghesia viennese, il giovane Lauda capì a 18 anni che non era il caso di insistere con gli studi. Un giorno un compagno di scuola gli mostrò come si potevano truccare i dati di quella che un tempo si chiamava pagella. Un po’ di scolorina usata con molta attenzione, parole sostitutive scritte sopra, e da un po’ di distanza un documento taroccato poteva anche convincere. Niki ci provò: si presentò a casa sventolando quel documento che confermava la conclusione con successo del suo ciclo di studi. Famiglia finalmente appagata. E lui potè dedicarsi a quel tarlo che lo agitava fin da prima di prendere la patente: le corse.

Gp austria, il primo senza Niki Lauda 02

Il resto è storia nota: gli esordi su una Mini a fine Anni Sessanta, gare in cronoscalata, qualche risultato degno di nota. I primi micro-sponsor, qualche uscita in pista, gare Turismo e anche a ruote scoperte, prima con la Formula SuperVee locale, quindi Formula 3 e F2. Fu in questa Formula che nel 1972 il giovane Lauda trovò il primo riferimento che avrebbe deciso una definitiva lettura del suo valore e quindi il suo futuro di pilota. 

Il team era la March e il suo compagno era Ronnie Peterson: svedese iper-veloce, funambolico con i suoi controsterzi di stampo rallistico ma a oltre 240 all’ora in curvoni da sesta marcia. Lauda, invece, precisino e zero concessioni alla spettacolarità: test, test, test; metodo, metodo, metodo; sviluppo tecnico condiviso con ingegneri e meccanici fino a notte avanzata.

Ricorderà Robin Herd, a quei tempi titolare del team March: “Vidi Lauda e pensai: non ha il phisique du role, non sarà mai un grande”. Poi un bel giorno si porta dietro Lauda in pista, da spettatore, in una curva di particolare significato per verificare da vicino il comportamento della March guidata da Peterson. Quando lo svedese arriva, butta dentro la March quasi di violenza, esce come sempre in sbandata controllata facendo il pelo al guard-rail con la ruota posteriore esterna. Niki è bianco in volto: “Non riuscirò mai a guidare in quel modo”. Poi i due tornano ai box e controllano il cronologico dei tempi. Il migliore di Niki era stato un 1’14” circa. Da quei giri roboanti di Peterson c’è da aspettarsi qualcosa addirittura sotto 1’13”. Ma il giro migliore dello svedese, invece, era stato in 1’14”4.

“In quel momento capii che in Lauda, in quella sua guida perfettina e apparentemente banale, c’era qualcosa di grande”. Austria da corsa voleva dire, già da parecchi anni prima, Osterreichring. Ovvero Zeltweg, dal nome del centro agricolo maggiore vicino a quel veloce circuito nel profondo verde della Stiria. 

Niki sa che se davvero punta a diventare un pilota di vertice, quel palcoscenico, uno dei più veloci e tecnici dell’intero panorama da corsa, è per lui il vero obiettivo. Vi debutta in Formula 1 (è anche il suo esordio assoluto nei Gran Premi) nel 1971 con una March: ritirato. Altro GP Austria con la March l’anno successivo: 10°. Il 1973 lo vede partire al via con la BRM: non partito. L’idillio con la gara di casa fatica a decollare. Anche il 1974, primo anno in Ferrari, delude le tribune di Zeltweg: ritirato. 

Nel 1975, l’anno del primo titolo mondiale, conclude 6° e nell’ombra della eccezionale unica vittoria in F1 dell’italiano Vittorio Brambilla, re con la March colore arancio di una gara epica sotto il diluvio. Il pilota monzese conclude a braccia alzate a 300 all’ora sul traguardo inondato finendo poi per sbattere contro le protezioni, unico pilota della storia a picchiare dopo la bandiera a scacchi. 

La striscia incolore di Niki a casa sua continua. Nel 1976 addirittura non scende in pista: è in ospedale, ancora intubato e con le ferite aperte dal rogo del Nurburgring di due domeniche prima. Nel ’77 si ripresenta in piena striscia vincente: viene dalla vittoria in Germania e dopo due domeniche si ripeterà in Olanda e quel secondo posto austriaco vale oro per la conquista, a fine stagione, del secondo titolo iridato, quello del grande divorzio dalla Ferrari e soprattutto da Enzo Ferrari. 

Poi due ritiri con la Brabham nel 1978 e ’79, quindi il ritiro dalle corse. Due stagioni di lontananza, a occuparsi della sua Lauda Air, e Niki si riprensenta al GP Austria 1982 con la McLaren: 5° posto. Quindi un sesto l’anno successivo e finalmente nel 1984 la vittoria: prima e unica, con una F1, sul circuito di casa, per lui il più ambito e il più stregato.

Stregato ma non abbastanza da non legare il circuito della Stiria, anche nella sua moderna versione che si chiama Spielberg, a un ricordo di Niki che con gli anni si è fatto fortissimo. Recentemente proprio le curve dello Spielberg hanno rivisto Lauda indossare la tuta e riprendere il volante di una F1, anche se per qualche giro esibizione sotto gli occhi di un pubblico tripudiante. E quest’anno, nell’ultimo weekend di giugno, tutti questi ricordi non potranno non essere ancora più acuti. È il primo anno, da quasi mezzo secolo, del GP Austria senza Lauda. Sarà un ricordo di dolore, così come quello che avvolge tutta la Formula 1.

Continua a leggere