Gli eroi alternativi del Giappone

Gli eroi alternativi del Giappone 01

In termini di punti fatti, il pilota giapponese di Formula 1 di maggior successo è Kamui Kobayashi, che ora corre per Toyota a Le Mans, 125 punti e un arrivo a podio durante cinque stagioni in in Formula 1, con un terzo posto come miglior risultato proprio in Giappone (quale posto migliore?)
Ma ci sono diversi altri piloti nipponici di talento che gli sono vicini. Uomini come Takuma Sato (anche lui una volta sul podio, negli Stati Uniti, e che quest’anno ha vinto la Indy 500) oppure Kazuki Nakajima: un altro che si è messo in luce a Le Mans con Toyota. Ci sono però altri eroi giapponesi che probabilmente sono meno noti e sicuramente hanno avuto minor successo, ma che si sono messi in evidenza per avere una qualità unica tutta loro... 

Taki Inoue
Per sua stessa ammissione, ha fatto poco nella sua carriera in Formula 1, ma da allora si è costruito un profilo stellare sui social media, nel ruolo di eroe comico. Dopo le sue T-shirt di qualche anno fa con le frasi di Kimi Raikkonen – “leave me alone, I know what I’m doing” – Inoue ha avuto l’idea di vendere T-shirt con il suo brand: “don’t leave me alone, I have no idea what I’m doing.”
E può aver ragone, dato che due degli highlight della carriera di Inoue includono l’essere stato tamponato dalla medical car in Ungheria, oltre all’essere stato coinvolto con la safety car a Monaco (guidata dalla leggenda del rally Jean Ragnotti). Descrive il suo periodo in Formula 1 come “un incubo” – ma almeno gli ha dato tantissimo materiale di cui twittare. 
“Grazie alla Honda, Taki Inoue non è più il maggior fallimento del Giappone in Formula 1!”, ha sottolineato di recente con entusiasmo. E i suoi commenti sui giri di Bernd Maylander sulla safety car? “Decisamente i suoi giri sono più veloci dei miei”. 
Per tutte queste ragioni, Inoue è uno dei più grandi eroi giapponesi delle corse. 

Gli eroi alternativi del Giappone 02

Toshi Arai
Uno dei piloti ufficiali Subaru nel World Rally Championship è stato Toshi Arai: un uomo che sembrava avere poca idea di cosa fare col pedale centrale della sua auto da rally. La maggior parte delle volte o andava flat-out, o piombava a razzo nella scena. Di tanto in tanto funzionava: il podio un paio di volte durante la sua carriera nel WRC e ha anche vinto il Production Car World Rally Championship. Più spesso, però, c’erano eventi che portavano inevitabilmente a vedere volare la macchina blu. Il suo highlight probabilmente fu il Rally di Germania nel 2002, quando riuscì ad avere due incidenti nello stesso stage. Ma la gente lo amava. Quando andava flat-out.

Ukyo Katayama
Alcuni piloti creano un loro team dopo il loro ritiro, altri fanno i manager dei piloti, e pochi salgono i gradini di una carriera in FIA e in alter organizzazioni. Ukyo Katayama decise di diventare un alpinista. Ma probabilmente fu il miglior pilota giapponese della sua generazione: nel Gran Premio di Germania 1994, arrivò fino al terzo posto. Dopo la fine della sua carriera in F1, Katayama rivolse la sua attenzione a Le Mans (arrivando secondo) e alla Dakar – dove iscrisse un’auto mossa da olio da cucina.
Ma forse il suo maggior successo fu scalare il Monte Everest nel 2002, senza ossigeno, anche se in realtà non lo fece ufficialmente, dato che raggiunse ‘solo’ la cima sud prima di dover tornare indietro per il maltempo. 
“La Dakar è stata più difficile”, disse alla fine dell’esperienza, durante la convalescenza da una leggera ipotermia. Non sarà stato il più famoso dei piloti giapponesi, ma senza dubbio è il più coraggioso. 

Aguri Suzuki
Entrerà nella storia per essere stato il primo pilota giapponese a salire su un podio in Formula 1. E ovviamente fu a Suzuka, rendendo tutta la situazione quasi da sogno. Il suo terzo posto nel celebre Gran Premio del Giappone del 1990, sulla non amata Larousse, fu raggiunta con un’azzardata strategia senza soste e arrivò a soli 22 secondi dal vincitore Nelson Piquet, dopo essere partito nono sulla griglia. È ancora l’unico podio della Lamborghini in F1. Non un brutto risultato per chi, solo due anni prina, non era riuscito a pre-qualificarsi in tutte le gare della stagione 1988 con la Zakspeed. Il suo compagno di squadra, Bernd Schneider, non fece molto meglio – riuscendo a schierarsi in griglia solo due volte (prima di ritirarsi in entrambe le occasioni). Ma quando si tratta di non mollare, Suzuki potrebbe insegnare parecchio sulla tenacia ad alcuni dei piloti di oggi. 

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