F1: la rivoluzione
giapponese

Giappone: la rivoluzione moderna. Anche per i pneumatici...

Fu rivoluzione nel 1976, quando i GP scesero per la prima volta in Giappone ma anche in Oriente e anzi in tutto il continente asiatico. Di quel Gran Premio tutti ricordano il verdetto finale: titolo iridato a James Hunt con la McLaren, al termine di una stagione iniziata nel segno del dominio Ferrari e proseguita con il fuoco di Niki Lauda al Nürburgring, con il suo recupero prodigioso e il ritorno in pista a Monza contro ogni pronostico e ogni volere medico, con un finale ricco di colpi di scena come a teatro e come nessun’altro campionato F1 ha mai riproposto. Ma pochi ricordano come quella gara si concluse in quel modo. 

Sotto quel diluvio, il circuito del Fuji sembrava destinato quella domenica a non ospitare proprio nessun debutto nel Mondiale. All’ombra della Montagna Sacra la città di Gotemba e tutta la campagna circostante, attorno al circuito, sembravano inondate dalla piena. Prevedendo la pioggia (ma non tanta pioggia) sabato sera gli organizzatori ammonirono giornalisti e  soprattutto fotografi di andare in circuito per tempo: le code chilometriche avrebbero creato serissimi disagi alla circolazione. Un celebre fotografo italiano, oggi decano della categoria, obbedì all’indicazione e alle sei del mattino lasciò la sua stanza di hotel per muoversi con tutto l’anticipo suggerito. In uno stretto corridoio verso le scale, carico di macchine fotografiche, vide venire verso di sé un uomo barcollante fino a sbattere contro le pareti e quindi armeggiare a lungo prima di riuscire ad aprire la porta della sua stanza. Arrivato a pochi metri, la sorpresa: era James Hunt!

Hunt, l’uomo che poche ore più tardi si sarebbe giocato il Mondiale contro Lauda e la Ferrari, stava rientrando alle prime luci dell’alba dopo una notte che evidentemente non era stata da boy-scout. E le condizioni, là fuori, erano quelle di una battaglia campale: piloti contro la furia della pioggia, molto prima che contro le normali straordinarie difficoltà di un Gran premio decisivo per il campionato...

Poi, a suggellare la stagione più drammatica di sempre, al circuito avvenne di tutto. I piloti non volevano correre: Lauda li capeggiava adducendo ragioni insuperabili di pericolo, anche se tutti sapevano che la gara annullata gli avrebbe garantito di mantenere inalterato il minimo vantaggio in punti e quindi di riconquistare il titolo. I piloti...: in realtà non tutti. Mario Andretti, ad esempio, sentiva profumo di risultato importante e voleva partire anche nel diluvio. Comunque alla fine il grosso del gruppo decise di prendere il via e fermarsi dopo un paio di giri: Bernie Ecclestone (non ancora potente quanto oggi ma già in rampa di lancio) li convinse a guidare almeno qualche giro, altrimenti il Circus avrebbe dovuto dire addio alle moltissime migliaia di dollari sborsate dalle televisioni di tutto il mondo per trasmettere in diretta quella sfida già epica prima di partire. Il resto è la punta visibile della storia. Lauda si fermò quasi subito: le palpebre operate da pochi mesi dopo il fuoco tedesco non gli consentivano di vedere bene e prevalse la paura. Pochi altri si fermarono. Non Andretti, che andò a vincere. Non Hunt, che dopo avere dominato al via raggiunse la bandiera a scacchi assicurandosi i punti che gli valsero il titolo.

Undici anni più tardi: ancora Giappone, ma questa volta non al Fuji. Nel 1987 il Gran Premio nipponico rientra in calendario e debutta a Suzuka. Circuito di proprietà della Honda, che lo conosce centimetro per centimetro e vuole a ogni costo conquistarvi il titolo iridato quale motorista delle Williams. Siamo al penultimo appuntamento di una stagione vissuta nel segno della lotta fra i due piloti del team: Piquet e Mansell. Nigel deve inseguire e si gioca il tutto per tutto, ma nelle prove del venerdì è vittima di un incidente che gli frattura una vertebra lombare e chiude di fatto il campionato. Piquet conquista così il suo terzo titolo iridato, ma non senza una figuraccia epocale della Honda, che rompe il motore del brasiliano ai box, in diretta TV mondovisione.  Risultato: vertici del team motoristico azzerati. E Piquet appiedato dalla Williams, che nonostante il titolo reputa Nelson responsabile (per scarsa disponibilità nei test) di un rapporto invelenitosi con la Casa giapponese di motori, che infatti lascia il team per andare con la McLaren e costruire insieme la grandissima epoca Senna.

E oggi questo questo ricordo di fatti rivoluzionari torna ad allacciarsi stretto con il senso della tradizione. Perché 30 anni dopo quei giorni, il circuito di Suzuka è una delle reminiscenze romantiche di una Formula 1 oggi sempre più simulazione tecnica e massima riduzione del rischio umano. A Suzuka (unico circuito con sviluppo a forma di 8 nelle massime competizioni) rischio ed eroismo vanno ancora a braccetto. Curve da velocità elevatissime come la Degner, spazi di fuga estremamente ridotti, fanno del tracciato nipponico un’arena per piloti veri. Vecchio stampo. Fra curve tutte diverse, salite e discese e due punti da oltre 300 all’ora, Suzuka racchiude ancora tutto il fascino delle corse di una volta. 

Continua a leggere