Fisichella, ecco
come si vince una gara GT

Fisichella, ecco come si vince una gara GT

Ha iniziato a correre da piccolissimo. A otto anni già sfrecciava sui kart alla Pista d’oro di Roma perché papà, appassionato di Formula 1, non ha avuto paura di portarlo in pista. Lui lo ha ripagato diventando pilota di Formula 1 e campione di Gt con la Ferrari.

Come si guida una Gt?

Devi essere veloce e al tempo stesso uno stratega, cercando di entrare subito in sintonia con la macchina. Innanzitutto ha meno grip di una monoposto di Formula 1, rolla moltissimo e devi frenare molto prima quando arrivi in curva perché l’auto pesa il doppio. Devi anticiparle, scegliere prima le traiettorie, anche se hai il vantaggio di poter saltare sui cordoli. In Formula 1, invece, si evita di tagliare le curve.

Quali sono le caratteristiche che deve avere un pilota?

Dipende dal tipo di gara, se sono di sprint, ovvero durano circa un’ora, o se sono di durata, oltre le tre ore. In quelle di resistenza devi essere conservativo e cercare il più possibile di mantenere la macchina integra per le ultime due ore di gara che in genere sono quelle decisive, evitando per esempio di saltare molto sui cordoli. Nelle sprint, invece, devi essere più aggressivo, perché si fa spesso a sportellate, c’è più azzardo. In entrambe le competizioni però devi sempre dare il massimo, perché anche nelle 24 ore ogni giro è come un giro di qualifica.

Come ci si allena per queste gare?

C’è bisogno di una buona preparazione fisica e mentale. Bisogna arrivare in forma alla gara. Il problema principale è il caldo dentro all’abitacolo, dove si suda molto. E’ necessario quindi idratarsi bene prima e durante la gara, per non farsi cogliere dai crampi. Non è una prova dura fisicamente come può esserlo un Gran Premio di Formula 1, qui la difficoltà maggiore è la stanchezza che può subentrare nelle gare di resistenza, quando si gareggia anche di notte. Mi preparo facendo palestra, giocando a calcio e andando in bici.

Qual è il momento più difficile di una gara Gt?

Quando accendi i fari e sta per calare la sera. Tutto diventa più difficile, perché la pista non è illuminata. Ci vuole molta concentrazione, alternando lo sguardo tra pista e specchietti. Partenza e curve, invece, vanno gestiti, la prima evitando di toccarsi, le seconde con le traiettorie.

Com’è stato vincere a Le Mans?

Le Mans è una gara unica. Alla fine quando tagli il traguardo per primo è una emozione pazzesca, che condividi con gli altri piloti del team, con i meccanici e tutti coloro che hanno reso possibile il trionfo. Per capire che gioco di squadra sia, basta dire che si fanno 24 pit stop.

Cosa si ricorda di quella gara?

Nel 2012, quando sono uscito dalla doppia esse finale ed ero primo, avevo capito quello che stava accadendo. Ero in collegamento con i box e ho iniziato a urlare ‘E’ fatta ragazzi’. Era tutto vero, un’emozione tale da far scendere qualche lacrima.

Qual è il suo più bel ricordo da pilota?

In 35 anni di carriera ho avuto tanti momenti belli, ma quello che ricordo più volentieri è stata la prima volta in F1. Il primo test è stato con la Ferrari nel ‘95, un test premio per quattro piloti, eravamo io, Martini, Badoer e Morbidelli. Un test premio per aver vinto il campionato italiano di F3 nel ‘94, mentre il debutto è stato in Australia, ad Albert Park nel ‘96 con la Minardi. Indimenticabile poi il Gran premio di Monza con la Ferrari nel 2009, lì ho capito veramente cosa vuol dire correre per la Ferrari.

Com’è nata la sua passione per le gare d’auto?

La passione me l’ha trasmessa mio papà, aveva una officina di auto, conosceva tutto dei motori. In più era un grande appassionato di Formula 1, guardavamo sempre i Gran premi insieme. Poi a otto anni mi ha portato alla Pista d’oro di Roma e sono salito su un Kart. Non ne sono più sceso, è diventata la mia ragione di vita.

Cosa consiglia a un giovane che vuole diventare pilota?

Innanzitutto di cominciare dalla scuola che abbiamo fatto tutti, i kart. E di credere in quello che fa, di provarci e riprovarci sempre per raggiungere il proprio sogno. Serve, è vero, un supporto economico, ma non è l’unica cosa. Io venivo da una famiglia normale e ci sono arrivato con le mie forze.

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