FIA GT Nation Cup Bahrain –
La corsa degli emiri

«Per offrire una membership accessibile a tutti gli appassionati di motori e a tutti gli interessati, per incoraggiare buoni rapporti tra consociati e per stabilire alti standard di guida. Tutto ciò porterà benefici a tutti in Bahrain e al futuro del Paese». Con questo testo breve ed efficace, nel marzo 1953 la neonata Federazione Motoristica del Bahrain (BMF, fondata nel novembre precedente) esponeva i suoi obiettivi sui giornali “Al-Khamila” e “Al-Quafilah”, aprendo le porte ai primi soci. Nella seconda metà del Novecento, quello che era un piccolo club molto esclusivo dell’arcipelago del Golfo Persico (33 isole poco distanti da Arabia Saudita e Qatar) è cresciuto e si è sviluppato, favorendo una grande diffusione del motorsport – e in generale della passione per l’auto – nel Paese, che si preparava così a diventare una delle federazioni più prestigiose a livello mondiale.

Oggi, a distanza di 65 anni da quel messaggio pubblicato sui giornali, il Bahrain è uno dei Paesi arabi con la più grande tradizione automobilistica e vanta uno dei circuiti più importanti del pianeta: dal 2004 il Bahrain International Circuit di Shakir, periferia della capitale Manama, ospita una tappa del mondiale di Formula Uno, e dal 30 novembre al 1 dicembre di quest’anno farà da sfondo alla prima edizione del FIA GT Nations Cup – una settimana dopo la FIA GT World Cup di Macao, l’organizzatore è sempre l’SRO di Stéphane Ratel – che porterà in pista anche i due italiani Matteo Cressoni e Piergiuseppe Perazzini al volante della Ferrari. Un evento pensato per i piloti Silver e Bronze, in cui ogni paese potrà avere al massimo una vettura da affidare a piloti scelti dalle proprie nazioni, con una livrea che rimanda ai colori della sua bandiera per rendere più semplice il riconoscimento da parte dei tifosi.

Lo sbarco in Medio Oriente della FIA GT Nations Cup è solo l’ultimo tassello di un mosaico costruito in tanti anni, pezzo dopo pezzo, dal Regno (ex emirato) della famiglia Al Khalifa per dare prestigio al proprio Paese, sulla scia di quel che accadeva in Europa. All’inizio del secolo scorso, infatti, la diffusione delle automobili nel Vecchio Continente seguì un percorso top-down, mantenendo uno status di prodotto di lusso – designato unicamente a una élite della popolazione – per diversi anni prima di aprirsi alla massa. Di fatto, l’automobile – in ogni ambito, dall’industria all’aspetto sportivo – doveva essere la molla per l’esaltazione di una Nazione, un fiore all’occhiello da esibire in pubblico.

La tradizione motoristica del Bahrain è mutuata proprio dal retroterra culturale degli occidentali, che per la prima volta portarono un’autovettura sulle coste del Paese nel 1914 facendo così germogliare il baccello di una fascinazione destinata a maturare nella seconda metà del secolo. Il numero di veicoli crebbe dapprima lentamente, poi in maniera esponenziale: divennero circa duecento nel 1930, poi quattrocento nel 1945, e da lì iniziò una crescita rigogliosa, complice lo sviluppo dell'industria petrolifera che portò nuova prosperità e una crescita economica verticale. Verso la metà degli anni '50 c'erano circa 3500 automobili su strada, grazie anche alla fondazione della BMF. Nel corso di quel decennio la federazione organizzò regolarmente eventi e continuò a rafforzare le sue radici nel territorio. La natura quasi elitaria della nuova organizzazione – i soci erano prevalentemente persone illustri, membri delle famiglie più prestigiose – favorì i legami con la Automobile Association (AA) britannica e con l'Alliance Internationale de Tourisme (AIT) che contribuirono a rendere la BMF un’istituzione sempre più solida.

Nel nuovo millennio, poi, il rapporto tra il Bahrain e l’auto è diventato quasi simbiotico, per un Paese che vanta un’infrastruttura stradale con uno dei più alti rapporti, a livello globale, tra strade asfaltate e strade totali (82%), e un totale di circa una macchina ogni tre abitanti. Viene da sé che nella cultura nazionale il motorsport assume un ruolo centrale tra gli interessi della popolazione e della classe dirigente.

Negli ultimi anni molti Paesi arabi stanno provando a importare la cultura dell’automobilismo, pur non avendo una tradizione radicata – su tutti, gli Emirati Arabi Uniti, con le corse di Dubai e Abu Dhabi. Il Bahrain, invece, può contare su una passione provata e riconosciuta, premiata nel 2004 con l’assegnazione del primo Gran Premio di F1 del mondo arabo. Un legame duraturo che permette oggi al piccolo Regno di ergersi a colonna portante di una regione che vuole imporsi come hub motoristico a livello globale.

Continua a leggere