Fernando Alonso,
unica missione vincere

01 - Fernando Alonso, unica missione vincere

Racconta la storia che al primo assaggio di una monoposto F1, preceduto da opportuna raccomandazione ad andare veloce ma con zero rischi, Alonso, sì e no 19enne, venne richiamato ai box in fretta e furia. Il test avveniva su pista più che umida e Fernando era uno dei 3-4 giovani piloti impegnati in quel test. Team, la Minardi. Direttore sportivo al muretto box: Cesare Fiorio, uno che di piloti, e di giovani talenti, ne sapeva un bel po’ grazie a una carriera allora più che trentennale al timone dei team di più consolidato successo, non ultima la Ferrari quasi iridatata del 1990. “Ti avevo detto di non forzare!”, gli abbaiò Fiorio al rientro del pilota in pit-lane. “Ma io non stavo forzando”, rispose Alonso.

In questo episodio sta tutta la grandezza di un pilota con due titoli iridati al suo attivo: 2005 e 2006, sempre con la Renault. Ma che senza una dose storica di sfortuna potrebbero oggi essere il doppio, e con l’aggravante che i due ulteriori sarebbero stati al volante della Ferrari, il che depositerebbe oggi il pilota spagnolo nel Gotha di sempre delle corse.

Alonso nasce nella Spagna asturiana. Terra aspra, gente solida e di emozioni forti. Classico il suo percorso di avvicinamento alle corse che contano: kart, formule minori, apprendistato come collaudatore. Tutto e sempre all’insegna dei valori mostrati nel primo test di cui sopra: facilità quasi disarmante a essere veloce subito, sempre, senza tentennamenti e senza punti deboli né di tecnica né tantomeno di carattere. Un vincente predestinato, si dice. 

Lui ci aggiunge qualcosa: vuole, pretende di vincere. Che sia al volante di una F1 o di un altro tipo di vettura da corsa, come mostrerà poi. Che sia nel giocare a carte, passatempo che lo coinvolge molto e che le lunghe serate dopo i paddock da corsa spesso impongono a piloti e altri personaggi. Se perde, Alonso è uno che getta in aria le carte. Un aspetto che in molti, da Giancarlo Minardi al suo mentore storico Flavio Briatore (altro giocatore incallito) hanno fatto l’impossibile per smussare. Con alterne fortune.

02 - Fernando Alonso, unica missione vincere

Sia come sia, la carriera di Alonso in F1 è da cineteca. Debutta con la European Minardi nel 2001. Di quel team diventa proprietario proprio Briatore, che nel 2003 lo porta come titolare in Renault. Briatore sa come vincere e come allevare i piloti giovani: i suoi capolavori con la Benetton e Michael Schumacher a metà Anni ’90 ne sono la prova. Con Fernando ripete tutto: percorso di crescita di team e pilota, fino ai due titoli iridati già citati che fanno fotocopia con quelli di Schumi dieci anni prima. Tutto avviene riscrivendo la storia dei record. Prima vittoria di Alonso: Ungheria 2003, a 22 appena compiuti. Il primo titolo (2005) matura ad anni 24. Sono numeri da primato di giovinezza: ci vorrà Vettel per fare meglio, e quindi il Max Verstappen vittorioso in Spagna 2016 in età da neo-patentato.

Tutto prosegue a velocità sempre maggiore. Nel 2007 Alonso approda in McLaren. Non può sapere che il suo nuovo compagno di team, Lewis Hamilton, è in realtà il cocco del team. Presto iniziano le frizioni. Quando si passa agli spari veri e propri, il team viene travolto dallo scandalo di spionaggio tecnico ai danni della Ferrari. La McLaren viene giudicata colpevole e l’esperienza, nonostante quattro GP vinti, finisce nel peggiore dei modi. Seguono due anni di nuovo in Renault: due sole vittorie, una (Singapore) con tanto di scandalo perché il team decide di innescare un incidente finto del suo compagno Piquet Jr per favorire l’entrata in pista della Safety Car e quindi il successo di Fernando. Cui non viene imputata alcuna colpa personale.

03 - Fernando Alonso, unica missione vincere

Comunque tutto scivola nel passato quando Alonso viene chiamato in Ferrari per il 2010. Matrimonio della logica: il team ha perso con Felipe Massa il titolo piloti all’ultimo giro dell’ultimo GP nel 2008; un campione come Fernando rimetterà le cose a posto. Ed è qui che la sfortuna inizia a metterci del suo. Abu Dhabi, ultima gara  : Alonso ha il titolo in canna, ma una chiamata sbagliata del muretto box Ferrari lo richiama in pit-lane spalancando la strada a Vettel per vittoria e titolo. Il 2011 è schiacciato dallo strapotere Red Bull. Nel 2012, nuova chance. Ma il titolo va ancora a Vettel, per la miseria di tre punti, quando Alonso è stato travolto da dietro al via in Belgio dalla Lotus di Grosjean e pizzicato su un pneumatico in Giappone da un’altra Lotus, quella di Raikkonen. Altri due anni a Maranello portano risultati sempre peggiori, finché il pilota rompe gli argini e se ne va in McLaren dove, in quattro stagioni, porta a casa zero podii e una media miserevole di 33 punti a campionato.

Ma la vita di Fernando Alonso senza sfide è poca cosa. A fine 2018 lascia i Gran Premi con l’obiettivo dichiarato di vincere la 500 Miglia di Indianapolis e la 24 Ore di Le Mans, che con con il Mondiale F1 danno vita al Trittico Reale delle corse. In Francia fa centro subito, con la Toyota. A Indy ci va vicino nello stesso 2017, restando a lungo in testa per fermarsi con guai tecnici. Ci proverà di nuovo, con una McLaren allestita espressamente per lui e senza risparmio di risorse. E intanto Fernando pensa anche a cimentarsi alla Dakar, ovvero il raid più famoso al mondo.  Ma quasi per festeggiare i suoi 39 anni, ecco la notizia che lo vuole nuovamente in Renault dal prossimo anno.

Correre, vincere: qualche altro futuro? Buon compleanno, Fernando. 

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