F1, Giappone
senza Niki

F1, Giappone senza Niki

Il pubblico giapponese ha una memoria a prova di bomba. Anche oggi, in piena epoca Mercedes-Hamilton, le bancarelle all’interno del parco divertimenti di Suzuka pullulano di ricordi, di foto, di gadget di alcuni dei più granitici miti del passato.

Sul rettilineo in discesa davanti ai box volano le  monoposto ibride e lì a due passi, a dipingersi in foto ricordo con la ruota panoramica sullo sfondo, non è raro trovare uno o più appassionati con cappellino, T-shirt o addirittura tuta inneggianti a Senna, eroe numero uno da quelle parti. C’è da capirlo: a Suzuka Ayrton ha scritto alcune delle pagine più indimenticabili della storia della Honda in Formula 1. Ha trasportato di peso il Giappone in un’icona dorata del mondo delle corse. 

E Lauda? Che cosa c’entra Lauda? Niki A Suzuka ha messo piede soltanto da dirigente sportivo. Nel 1987, anno del debutto del Mondiale sul circuito annegato nel parco divertimenti della Casa motoristica nipponica, lui aveva già smesso di correre. Terzo e definitivo ritiro personale dalla scena del volante: tre titoli iridati conquistati con due team diversi, Ferrari nei gloriosi Anni ’70 e McLaren nel 1984. E poi tanta militanza da responsabile sportivo: con Ferrari dal 1992 e per un paio d’anni, una parentesi al timone della Jaguar a cavallo del secolo, un ruolo chiave con la Mercedes che sta marchiando i Gran Premi dal 2014 a oggi.

Eppure fino al GP del Giappone 2017, suo ultimo prima della malattia dell’estate di un anno fa e quindi della scomparsa avvenuta il 20 maggio scorso, Suzuka ha venerato Lauda come un monumento. Merito di una carriera difficile da imitare, certo. Ma in realtà merito della sua unica presenza in gara con una F1 su un circuito del Sol Levante. Una storia durata meno di quattro minuti, ma scolpita nella leggenda delle corse e vivida come se tutto fosse avvenuto ieri.

Giappone ma non Suzuka, però. Più a nord-est, a tre ore di Shinkansen, non lontano da Tokyo, il sacro cono innevato del Fujiiama a fare ombra. E soprattutto: fine ottobre di una vita fa. E lì, sul circuito Mount Fuji che si decide il Mondiale 1976, senza dubbio il più drammatico della storia. Niki Lauda vi arriva con tre punti di vantaggio su James Hunt. La stagione in cui ha quasi perso la vita (rogo del Nurburgring ad agosto; due estreme unzioni ricevute in tre giorni; rientro a Monza con le ustioni al volto sanguinanti sotto il casco) deciderà il nome del campione in 73 giri su un tracciato che nessuno ha mai visto prima. Lauda contro Hunt, Ferrari contro McLaren che in qualifica piazza il suo pilota in prima fila a fianco della pole position della Lotus di Mario Andretti. Niki insegue e ansima. E il mattino di domenica 24 ottobre, come ampiamente vaticinato dalle previsioni meteo, un quasi tifone si impossessa della piana del Fuji.

Piove a dirotto. Partenza del GP ritardata più e più volte. Piloti decisi a non partire e quindi convinti dal nascente proprietario del Circus, Bernie Ecclestone, a prendere almeno il via: giusto un paio di giri e intascare così i diritti TV. Lauda, con le sue palpebre mal cicatrizzate che non si chiudono bene, sa che soffrirà per la visibilità quasi nulla e accetta di controvoglia. Hunt anche, pare. Ma Niki sa che l’adrenalina della corsa difficilmente gli farà mantenere (così come ad altri piloti) il proposito di fermarsi in ossequio alla sicurezza. Così accade, infatti. Al via, Lauda precicipa nelle retrovie mentre là davanti Hunt innesca un duello con l’italiano Vittorio Brambilla imprendibile con la sua March. Due giri di sofferenza, quindi il ritiro.

Quando arriva al box del Cavallino, il direttore sportivo Daniele Audetto e il nume tecnico Mauro Forghieri si precipitano sul suo abitacolo. “Là fuori non si vede niente -confessa il pilota-. Ho paura”. E loro, annientati dalla vicenda umana che con un colpo di spugna sta annullando ogni altra considerazione: “Vuoi che diciamo che è colpa di un inconveniente tecnico?”. “No no”, li gela Niki slacciandosi le cinture. “Dite pure la verità”.

Il resto è storia per le statistiche. Lauda ritirato e Hunt terzo, dopo un finale rocambolesco seguìto all’interruzione della pioggia, a un suo pit-stop dopo il quale sembrava avere perduto il terzo posto che gli avrebbe garantito il titolo. Lauda, ancora in tuta sotto una giacca a vento rossa, che segue parte della gara da dietro le reti e quindi se ne va prima della fine. Una telefoto (allora la tecnologia era questa) farà il giro del pianeta: mostra Niki con l’occhio sbarrato sul sedile posteriore di una Rolls Royce che lo porta in aeroporto; a fianco la moglie Marlene sferruzza a maglia per il loro primo figlio che porta in grembo.

La Formula 1 scenderà su quel vecchio Fuji (su un circuito del tutto diverso, ma con lo stesso nome, si correrà anche nel 2007 e 2008) anche l’anno dopo. Vittoria di Hunt, la sua ultima in F1. Podio affrontato a piedi nudi, come da icona glamour-trasgressiva di quei tempi, e con tanto di multa per la mancanza di rispetto nei confronti del cerimoniale e del Paese ospitante: una scena che sarebbe stata perfetta nell’indimenticabile film Rush di qualche anno fa. Ma Lauda non c’era. Nuovamente campione del mondo, aveva lasciato la Ferrari senza un pilota, in evidente segno di rottura con Enzo Ferrari, a due gare dalla fine di quella stagione ‘77. E sollevato, ci possiamo giurare, per non dovere più guidare su quel circuito che è stato il più amaro della sua vita di pilota.

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