F1: America
on the road

F1: America on the road

Quasi alla fine della 68° stagione iridata la Formula 1 approda infatti al Gran Premio numero 57 sul suolo degli Stati Uniti. Non male per una categoria esplicitamente europea (almeno alla sua nascita). Ma il dato che colpisce è la tendenza allo spostamento continuo di questa gara. Tralasciando le 11 edizioni della 500 Miglia di Indianapolis valide anche il Mondiale F1 fra il 1950 e il ’60, dal 1959 a oggi i 55 GP USA disputati a tutt’oggi si sono sparpagliati fra 10 circuiti diversi. Nessun’altra gara del calendario ha mai mostrato una simile tendenza al vagabondaggio. Il famoso on the road a stelle e strisce tiene banco anche in F1. E con sedi di una tale digversità da raccontare una storia a parte ed estremamente variopinta nel campionato.

Oltre un terzo dei GP degli Stati Uniti (20 su 57, considerando quello imminente in Texas) si sono corsi a Watkins Glen. Circuito velocissimo, quello sulla costa atlantica. Curvoni da ritmo e continue salite e discese, dove già nel 1970 Jacky Ickx conquistò con la Ferrari il giro più veloce in gara a oltre 210 di media. Velocità, ritmo e non eccessiva sicurezza passiva: nel 1973 il francese Francois Cévert si incastrò in prova sotto un guard-rail con la sua Tyrrell e morì sull’istante, praticamente decapitato dalla lamiera. Dell’anno successivo è un’altra edizione storica del GP USA al Glen. Fu l’ultima gara del Mondiale 1974 e vi arrivarono, in lotta per il titolo iridato, il ferrarista Clay regazzoni e il brasiliano Emerson Fittipaldi con la sua McLaren. Chi vi arrivò troppo tardi, a causa di un aereo perso, fu il direttore tecnico del Cavallino Mauro Forghieri. Arrivò in pista che era già sabato: trovò una Rossa in crisi tecnica profonda e non gli fu possibile architettare qualcosa di rivoluzionario, tanto che in gara Regazzoni fu surclassato da Fittipaldi che firmò così il suo secondo titolo iridato, due ani dopo il primo conquistato con la Lotus.

F1: America on the road 02

Destino di molti dei GP disputati negli Stati è di avere fissato un record, o una stranezza, o una prima volta importante. Nel 1959 Bruce McLaren vi conquistò la prima delle sue quattro vittorie in F1 come pilota. Si correva a Sebring, al caldo del mite inverno della Florida nonostante si fosse a metà dicembre... A Jack Brabham bastò un quinto posto per assicurarsi il primo dei suoi tre titoli iridati. 

Nel 1976 la Formula 1 fece tappa a Long Beach. Finalmente raggiunta la California ricca e da copertina, a un passo dalla scintillante Los Angeles, sembrava che i GP avessero finalmente trovato la loro vetrina ideale sulla costa del Pacifico. Circuito speciale: una serie di curve a 90 gradi e un rettilineo lungo e concluso da un tornante sulle larghe strade di Long Beach, proprio di fronte al porto dove troneggiava all’ancora il transatlantico  Queen Mary, con le strisce del traffico quotidiano a terra e i semafori pendenti dall’alto a centro incrocio. Quella prima gara parlò la lingua della Ferrari. Il campione iridato in carica Niki Lauda vi arrivò da due vittorie in serie in apertura di campionato, in Brasile e Sudafrica: sembrava che la sua marcia verso il secondo titolo di fila fosse inarrestabile. A Long Beach la Ferrari dominò ma a vincere fu Clay Regazzoni, alla fine con oltre 40 secondi di vantaggio sul compagno di team. E a fine anno, dopo il dramma del Nürburgring, il recupero a tempo record nonostante i segni delle ustioni e il terribile finale  sotto il diluvio giapponese del Fuji, quei tre punti perduti in California furono fatali a Lauda battuto per un solo punto da James Hunt per il titolo.

Le curiosità della F1 americana sono tante: impossibile racchiuderle tutte in queste righe. Indimenticabile è il GP USA disputato nel 1981 a Las Vegas. La città e tutto il Neveda non disponevano di un circuito vero e proprio, e si finì per gareggiare su un tracciato anacronistico delimitatpo da blocchi di new-jersey (alla faccia della sicurezza) nel parcheggio dell’hotel Caesars’ Palace, sede di uno dei casinò più importanti e ricchi della culla mondiale del gioco d’azzardo. A Las Vegas si corse due volte. Nell’81 vinse Alan Jones con la Williams e a Nelson Piquet bastò un anonimo quinto posto con la sua Brabham per assicurarsi il titolo iridato alle spese di Carlos Reutemann, autore di un weekend deprimente con l’altra Williams. Nel 1982 successo per Michele Alboreto, con la Tyrrell e per la prima volta (di cinque in totale) in cima al podio, dove trovò ad abbracciarlo e sbaciucchiarlo la splendida regina della musica Diana Ross.      

Del 1984 è l’unico GP disputato a Dallas. Già Texas, quindi, come dal 2012 a oggi ad Austin. Ma in piena estate, e con le ovvie temperature da forno che il sud degli States garantisce da quelle parti. A Dallas si finì per provare, qualificarsi e gareggiare a ore di molto anticipate rispetto al programma consueto. Tutto per evitare il caldo asfissiante. Ma la precauzione non bastò a evitare un vero chock termico a Nigel Mansell che al termine della gara si trovò a spingere la sua Lotus sotto il sole a picco e con l’unico risultato di svenire crollando a terra in mondovisione.

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