Dalla Russia al Giappone: la Transiberiana della Formula 1

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Sei Gran Premi, tre continenti e una raffica di cambi di fuso, avanti e indietro sul mappamondo, in nove weekend. Iniziando con un back-to-back del tutto inedito per il calendario F1: dalla Russia diretti in Giappone. Una specie di Transiberiana a 300 all’ora, ma soprattutto una raccolta di contrasti e differenze quasi macroscopiche fra queste due gare che più diverse non potrebbero essere.

Iniziamo dai circuiti: Sochi e Suzuka. Un tracciato piatto ricavato da una sede stradale (seppure larga come un aeroporto) e l’unico tracciato a forma di otto della storia dei GP. Scivoloso il primo, con una sola curva degna di questo nome, la famosa Curva 3; da tanto grip e super-probante quello giapponese, veloce soprattutto in una piega da incubo, la famosa Curva 130R che con l’aerodinamica di oggi tutti affrontano in pieno, ma che fino a pochi anni fa era un vero esame universitario a ogni singolo giro.      

E poi la storia. Non Suzuka, ma il circuito all’ombra sacra del Monte Fuji ospitò il primo Gran Premio del Giappone. Anno 1976. Anno eroico: quello del rogo di Niki Lauda al Nurburgring; del suo rientro a Monza con le ferite sanguinanti sotto il casco; del diluvio di quella ultima giornata di campionato, con il titolo scippatogli dall’arci-rivale James Hunt per un solo misero punto. In Giappone, 42 anni fa, la Formula 1 era già un mostro sacro. Ferrari e McLaren erano lontanissime a livelllo geografico ma vicinissime di cuore: già nel 1967, per una gara di Indycar che aveva portato in pista anche l’astro nascente Jackie Stewart, le tribune del Fuji erano state stracolme. Una nuova sede, appunto la Suzuka di proprietà della Honda, riaccolse la F1 nel 1987 per ospitarla fino a oggi senza quasi soluzione di continuità: giusto un paio di pause nel primo decennio del 2000 per tornare a gareggiare al Fuji, poi nuovamente abbandonato. E sempre all’insegna di una passione potentissima: tribune sempre piene; tifosi di ogni età colorati anche in faccia secondo gli stemmi dei team o le bandiere dei piloti preferiti; cappellini e divise all’insegna della massima fantasia sartoriale; applausi a ogni passaggio di ogni campione.  Ben altra cosa l’approccio russo, anche se Sochi non richiama proprio l’immagine stereotipata della grande nazione ex-sovietica. Innanzitutto il clima. Non il freddo di Mosca, o almeno che nella capitale già a fine settembre si potrebbe trovare. A Sochi, riva nord del Mar Nero, le piante quasi tropicali testimoniano una primavera pressoché ininterrotta. Giornate, se non piove, tiepide quasi quanto il tifo e la passione dei russi, che accorrono nella mega tribune a frotte ma soprattutto per fare gruppo, per partecipare a un evento internazionale, piuttosto che per vera passione automobilistica.          

E di un ben diverso livello di passione parla il confronto fra questi due circuiti e GP. Suzuka e la gara giapponese sono pathos e sentimenti forti: circuito selettivo e gare combattute; grande complessità tecnica e di guida; decine di episodi al limite e anche oltre, non senza la possibile complicazione estrema di piogge che possono diventare alluvioni vere e proprie. A Sochi invece si vive sullo scivolamento. Anche a quattro anni dal debutto nel Mondiale, l’asfalto del tracciato nel parco olimpico di Adler continua a essere zero abrasivo. I pneumatici, messi a durissima prova sul saliscendi giapponese, in Russia restano quasi nuovi. Aderenza scarsa e rincorsa a mescole tenerissime sempre nella disperata ricerca di aderenza: non a caso, dopo il debutto in Russia della Ultrasoft un anno fa, quest’anno sarà la volta della Pink hypersoft vista finora soltanto a Montecarlo, Montréal e Singapore. 

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